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Aggiornamento 29 Settembre:

Mauro Corona: “Non ho tempo per l’Isola dei Famosi”

27 Settembre – Mauro Corona, lo scrittore friulano di Erto sembra deciso e con una frase detta ai microfoni della trasmissione di Rai Radio2 “Un giorno da pecora”, condotta da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro dal Parlamento Europeo di Bruxelles, dice finalmente sì al reality e scioglie i dubbi “Vado all’Isola dei Famosi, Mi attirerebbe fare qualche spacconata lì, magari una settimanella si, vado all’Isola”.

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Per chi non conoscesse Mauro Corona, con queste parole viene presentato sul suo sito

“E’ un tipo schivo e non è facile riuscire a scovarlo nella sua bottega-tana, a meno che non lo si veda sgattaiolare fuori per fare un salto all’osteria. Ammesso che qualcuno ci riesca, poi non è nemmeno sempre possibile avvicinarlo perchè, nella migliore delle ipotesi, si renderà invisibile agli occhi di tutti…

Biografia

Mauro Corona è solito ripetere di non essere nato in barca. Ma forse non tutti sanno che in realtà è nato su un carretto, il 9 agosto del 1950.Rischiare la pelle diventa subito una questione con la quale farà spesso i conti: ancora in fasce, viene colpito da una brutta polmonite che gli lascia poche possibilità di sopravvivenza. Ma quando attorno al suo capezzale vengono accesi ormai anche quattro ceri, le preghiere della nonna Maria, giunta apposta da Erto, restano l’unica speranza cui affidarsi, Mauro guarisce miracolosamente. Non ci dovremmo proprio stupire se oggi si ritrova ad essere un carpino con la scorza dura e tenace come quella del corniolo.

Mauro trascorre quasi sei anni a Piné, ma non ricorda molto di quel periodo. Poi la famiglia decide di riportare lui e il fratello Felice, nato nel 1951, al paese d’origine, Erto, un pugno di case incassato nella valle del torrente Vajont, ultimo baluardo del Friuli occidentale. Mauro conosce i nonni paterni Felice e Maria, e Tina, la zia sordomuta. Trascorre l’infanzia nella Contrada San Rocco, assieme ad altri coetanei ertani. Alcuni di loro, Silvio, Carle, l’Altro Carle, Meto, Piero, Basili, diventeranno suoi inseparabili amici.

Appena tredicenne in agosto scala il monte Duranno ed è del 1968, a diciotto anni, la prima via aperta sulla Palazza.Nel frattempo frequenta la scuola elementare fino all’ottava classe a Erto, poi inizia le medie a Longarone. Ma il 9 ottobre 1963 la gigantesca ondata del Vajont spazza letteralmente via la cittadina. Mauro, insieme al fratello Felice, sarà costretto allora a trasferirsi per tre anni nel Collegio Don Bosco di Pordenone, dove furono mandati a studiare alcuni giovani sfollati dopo la tragedia, che colpì anche Erto.La nostalgia, il disagio, il senso di prigionia e di esclusione, la mancanza degli spazi liberi, dei boschi, sono i sentimenti che prevalgono nel corso di quel lungo periodo. Ma resta anche la riconoscenza verso alcuni insegnanti, sacerdoti salesiani, che rafforzano il suo amore per la letteratura e lo incoraggiano nello studio. Quando finalmente i due fratelli, terminato il collegio, tornano a Erto, Mauro, da sempre consapevole della sua profonda passione, vorrebbe frequentare la Scuola d’Arte di Ortisei. Per tutta risposta viene iscritto all’Istituto per Geometri Marinoni di Udine, perché era gratuito.

Il momento in cui si impegna di più in due anni è durante un compito in classe di disegno tecnico. Riesce a ottenere soltanto il peggiore esempio di come andava svolto l’elaborato, cosa che l’insegnante ha la delicatezza di sottolineare di fronte ai compagni. Dopo questo episodio viene ritirato dalla scuola, visto che per ribellione non segue più le lezioni, preferendo leggere Tex in classe. Nemmeno Felice continua gli studi: nel 1968 parte per la Germania con la speranza di di guadagnare qualche soldo impiegandosi in una gelateria, desiderio inseguito da molti giovani in quegli anni. Nemmeno tre mesi dopo annegherà in una piscina di Paderborn, a diciassette anni. Mauro lascia il posto da manovale che aveva trovato a Maniago e va a spaccare massi nella cava di marmo del monte Buscada. «Sette anni di lavori forzati come dannati di pietra» ricorda oggi. Ma a lui non importa, gli basta rimanere a contatto con gli amati luoghi dell’infanzia, con quelle cime, quelle foreste e quei prati che tanto gli ricordano la gioventù. Sospende l’attività solamente durante il periodo del servizio militare, a vent’anni. Con i capelli lunghi fino alle spalle, lascia i monti e parte per l’Aquila arruolato negli alpini. Da lì finisce a Tarvisio nella squadra sciatori.

Mauro intanto non trascura certo l’altra sua grande passione, l’arrampicata. Nel 1977 comincia ad attrezzare le falesie del Vajont, che si affacciano sulla zona del disastro, destinate a diventare meta fondamentale dei climbers di tutto il mondo. Ma il nostro chiodeggia un po’ tutte le crode del Friuli, e non solo. Oggi diverse montagne sono punteggiate da vie di scalata che portano la sua firma, dalla semplice palestra di roccia arroccata in posti inaccessibili alle salite di notevole impegno alpinistico. Mauro però non si limita all’Italia, avventurandosi fino in Groenlandia per una spedizione e volando in California a toccare con mano le leggendarie pareti della Yosemite Valley.

Quando ne ha voglia, ama anche scribacchiare. Un amico giornalista un giorno decide di pubblicare alcuni dei suoi racconti sul quotidiano “Il Gazzettino”.

Si congeda con un mese di ritardo, causa trentadue giorni di Cella Punizione Rigore. In tutto sono sedici mesi, due compleanni.

Su alla cava, dopo il pensionamento del capo storico, Argante Gattini, e con l’inesorabile avanzare del progresso, la vita comincia a cambiare. Poco a poco tutti gli operai abbandonano il campo, alla ricerca di altre strade per sopravvivere. Il lavoro si automatizza, ma il giacimento va avanti ancora per poco. Chiuderà negli anni ottanta. Mauro ci passa ancora le giornate come scalpellino riquadratore quando un fatto inatteso lo convince a tentare la sorte con la scultura. Nei ritagli di tempo e durante i lunghi mesi invernali, non aveva mai smesso di intagliare figurine in legno, camosci, scoiattoli, uccelli e Madonnine. Li teneva nascosti, non mostrandoli a nessuno per pudore e timidezza.

Una mattina del 1975 un distinto signore di Sacile, Renato Gaiotti, passa per caso in via Balbi, davanti al minuscolo covo dove già da qualche anno Mauro abita in beata solitudine, non distante dalla casa dei genitori, nella vecchia Erto. Il foresto nota alcune piccole sculture attraverso i vetri della finestra al pianterreno e decide di comprarle tutte in blocco. Mauro comincia a sperare davvero di poter vivere d’arte e la sua fiducia si rafforza quando, soddisfatto dell’acquisto, poco tempo dopo Gaiotti gli commissiona una Via Crucis da donare alla Chiesa di Sacile. Per quei quattordici pannelli l’uomo lascia sul tavolo di uno sbalordito Corona due milioni, una cifra stratosferica negli anni settanta. Sembra incredibile, eppure è una svolta: oltre a procurarsi tutto il necessario per rendere vivibile la sua tana, Mauro investe il resto dei soldi nell’attrezzatura indispensabile a scolpire e decide di trovarsi un maestro che gli possa insegnare seriamente il mestiere. La scelta ricade su Augusto Murer, il geniale artista di Falcade morto nel 1985. Riesce a frequentare il suo studio solo di tanto in tanto, ma lo fa per dieci anni, ampliando enormemente le sue conoscenze tecniche e artistiche. Tra i due nasce una bella amicizia e Murer sarà presente anche alla prima mostra che Mauro organizza a Longarone. E’ il 1975. Da allora le esposizioni sono seguite numerose e nei luoghi più disparati, fino in Svizzera. L’ultima è del 1997, quando lo Spazio Foyer del Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento fu invaso dal Bosco Scolpito di Corona. Ma non è detto che i viaggi delle sue sculture restino fermi a quella data.

La madre abbandona la famiglia pochi mesi dopo la nascita del terzo figlio, Richeto, e passeranno diversi anni prima che faccia ritorno a Erto. Oltre al grande vuoto, da buona lettrice lascia ai figli un patrimonio di libri non indifferente, che Mauro comincia a divorare facendosi compagnia con i personaggi e le storie creati da Tolstoj, Dostoevskyj, Cervantes e altri grandi autori.

Ai nonni resta il compito di tirare su i ragazzi. Dal vecchio Felice, abilissimo intagliatore, Corona apprende sin da bambino i rudimenti della scultura. Ma è l’unico in casa a divertirsi incidendo cucchiai e mestoli di legno con occhi, nasi, volti.

L’amore per la montagna e per l’alpinismo gli entra nel sangue durante le battute di caccia ai camosci al seguito del padre sulle cime che circondano il villaggio.

I suoi genitori, Domenico “Mene” Corona e Lucia Filippin detta “Thia”, quell’estate vagabondavano per le valli del Trentino come venditori ambulanti, ed è proprio sulla strada che dal borgo di Piné portava a Trento che Mauro ha visto la luce sul carretto dei genitori.

Nonostante attorno alla nascita e alla vita del nostro siano fiorite e sorgano tuttora diverse leggendemetropolitane – alcune persone si stupiscono ancora del fatto che non superi i due metri di altezza – questa che segue è la sua vera storia. Fidatevi di noi, lo conosciamo bene.
Per puro divertimento partecipa alla realizzazione di alcuni documentari sulla sua vita e prende parte ad un film-denuncia sulla catastrofe del Vajont.

Durante tutto questo tempo Mauro non trascura gli affetti e riesce anche a crearsi una famiglia, che tuttora vive con lui.

A detta di molti è introvabile. Alcuni dubitano persino della sua esistenza, come si dubita di quella di Pessoa. Altri si vantano di essersi addentrati nei misteri della sua bottega-studio, che sembra scavata in un tronco di cirmolo. Mauro intanto continua ad occuparsi tranquillamente del suo lavoro. Alterna solitari momenti di studio e di scrittura a conferenze, incontri e manifestazioni, continua a realizzare figure lignee ispirandosi alle forme e alle cose che lo colpiscono durante meditabonde passeggiate tra i boschi della Val Vajont. Va a correre in montagna e porta i figli a scalare. Quando cala la sera a volte lo potete incontrare in osteria che sorseggia un buon rosso con gli amici. A volte più di uno.

E’ da qui che comincia, all’inizio un po’ in sordina, una nuova attività, quella di scrittore, che lo porta alla pubblicazione di sei libri, dal 1997 fino a oggi.
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