67a Mostra del Cinema di Venezia. “La Lunga Strada verso il Leone”

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A metà del guado. Tra star presenti e disponibili (soprattutto gli italiani, quelli di La Passione di Mazzacurati, Noi Credevamo di Martone e Vallanzasca di Placido), star date per assenti e invece mimetizzate tra il pubblico (gli eclettici e alternativi Joaquin Phoenix e Vincent Gallo) e immancabili polemiche (il polverone scatenato da Placido, che alle critiche sul “suo” Vallanzasca quale esempio negativo ha tirato in ballo il Papa e il Parlamento) manca ancora un asso pigliatutto, quel film capace di convincere pubblico e critica e di dare alla Mostra quel quid qualitativo tale da farci strappare le vesti. Nemmeno il film sorpresa, il cinese The Ditch. Il Fosso – per quanto shockante ed estremo possa essere l’argomento, un episodio di deportazione e sfruttamento nella Cina degli anni ’50 – è riuscito nell’impresa, e allora forse si potrebbe anche azzardare che non sia tanto un problema di Festival quanto di produzione internazionale, di una mancanza di originalità che affligge il Cinema tutto. E i suoi contenuti, più di ogni cosa, accantonati nel nome della frenetica corsa all’innovazione tecnologica. Ma la strada verso il Leone è ancora lunga. E la nostra attesa inizia lentamente ad essere ripagata. Grazie a Skolimovski e Larrain, ad esempio.

– PASSIONE (di John Turturro, Italia), FUORI CONCORSO

Il termine passione deriva dal latino patire. Ovvero soffrire, provare dolore. Ovvero amare, e provare un sentimento così totalizzante da provocare turbamento, angoscia, malessere. Per definire Napoli, il suo popolo e le sue contraddizioni non potrebbe davvero esserci miglior parola. Continua l’omaggio di John Turturro al Sud Italia, dopo gli Appunti su una Tragedia Siciliana (l’anno scorso sempre a Venezia): “ci sono posti in cui vai una sola volta e ti basta; e poi… c’è Napoli”. Sullo schermo scorrono le immagini di una vera lezione di cultura musicale partenopea, e scrosciano (alla presenza del regista in sala) gli applausi: Massimo Ranieri, gli Avion Travel, Ruggero Cosmo Parlato, Raiz degli Almamegretta, Peppe Barra, Max Senese. Tutto molto bello, ma la domanda sorge spontanea: se alla regia non ci fosse Turturro, cosa penseremmo di Passione? Probabilmente che è solo una sequela – kitsch & pacchiana – di amene scenette musicali, gestita come fosse una sceneggiata.

Voto: oo ½ (su 5)

– ESSENTIAL KILLING (di Jerzy Skolimowski, Polonia), IN CONCORSO

Fautore della “nouvelle vague” polacca negli anni ’60 assieme a Roman Polanski, Skolimowski ritorna a Venezia con la storia di una fuga, anzi di una caccia all’uomo, anzi di un tentativo di sopravvivenza. Mohammad viene catturato dai soldati Usa in Afghanistan ma riesce a scappare, iniziando un lungo vagabondaggio attraverso il deserto prima, e una foresta innevata poi. Verso la salvezza probabilmente, ma quale salvezza anche se riuscisse a sfuggire ai suoi aguzzini? La Natura in cui il protagonista è immerso è un Nulla, un non-luogo esistenziale tragicamente armonioso e immobile. Al punto da far pensare ad una visione (come la straniante apparizione della donna in burqa fra le nevi), ad un destino che forse si è già compiuto. Essential Killing è una potente e primigenia fuga da noi stessi, che ci spiazza e ci ipnotizza, inchiodandoci alla poltrona della sala. E che consegna a Vincent Gallo una prova d’attore memorabile, in odore di Coppa Volpi.

Voto: oooo

– POST MORTEM (di Pablo Larrain, Cile), IN CONCORSO

Atteso al varco alla sua seconda prova da regista dopo il trionfo al Torino Film Festival 2008 con Tony Manero, Pablo Larrain non tradisce le aspettative, riconfermando appieno le caratteristiche del suo cinema. Bastano i primi fotogrammi del suo nuovo lavoro per ripiombare nello squallore e nella povertà del Cile anni ’70, nel realismo grigio, livido e sgranato che insegue la vita di Mario, (ancora una volta) un uomo solo. Impiegato all’obitorio, Mario è perfetto simbolo del “sonno della ragione (di uno Stato) che genera mostri”: emarginato, taciturno e chiuso nel proprio bozzolo, Mario conduce un’esistenza fredda ed esanime, come i corpi da sezionare sul lettino delle autopsie. A tenerlo in vita è solo l’egoismo della propria infatuazione per Nancy, ballerina di viscidi teatrini sul viale del tramonto. Ma è un amore distorto e disperato, fatto di aberrazioni quotidiane e dialoghi colmi di impietosa disillusione. Un film ferocemente pacato, che sembra sempre sul punto di esplodere attraverso lo stupendo corpo attoriale di Alfredo Castro.

Voto: ooo ½

– I’M STILL HERE (di Casey Affleck, Usa), FUORI CONCORSO

Possibile che Joaquin Phoenix sul serio c’abbia creduto? Possibile che l’attore di Il Gladiatore e Walk the Line abbia davvero pensato di abbandonare la carriera di attore e riscuotere immediato successo come rapper? Non sarà, ahinoi, quest’opera a farci capire dove finisca la finzione e dove inizi la realtà. O meglio, la tesi di I’m Still Here è chiara: è tutto vero, signore e signori. Joaquin, dopo Two Lovers, ha deciso di dedicarsi al suo “vero” amore, l’hip hop, affrancandosi dal “personaggio” Phoenix. Il film è una elaborazione drammatica dei due (fallimentari) anni passati dal Nostro a costruirsi una nuova immagine, fra interviste mute da Letterman, incontri con un attonito P. Diddy, e prese in giro non troppo velate dal mondo dello show biz. Due sono le opzioni, ed entrambe portano al Genio: o è una messinscena, e in tal caso Phoenix (e chiunque insieme a lui abbia creato questa farsa) merita un Oscar; o è vita reale, e in questo caso I’m Still Here di Casey Affleck (fratello di Ben) è davvero un ottimo, sincero e perfino traumatico documentario.

Voto: ooo ½

a cura di Filippo Zoratti

foto: Piero Govoni

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