67a Mostra del Cinema di Venezia Prima della Fine: (Pre) Visioni

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La 67. Mostra d’Arte Cinematografica resterà nella memoria collettiva come il Festival di Quentin Tarantino. Per la potenza del personaggio, a metà tra fumetto e icona contemporanea; e per la sua presenza, possente (in ogni senso) e catalizzatrice di affetto ed empatia da parte di tutti. Ogni sua apparizione quale presidente di giuria è un evento, ogni suo autografo/foto/stretta di mano un feticcio da conservare. Quentin ha portato l’allegria e la felice consapevolezza che i festival sono necessariamente di tutti, che è il pubblico il primo sovrano a dover decidere il successo di un’opera d’arte. Ma ad alimentare la forza del regista di Knoxville quale simbolo di Venezia 2010 concorre anche la mancanza di altro su cui focalizzarsi, a partire naturalmente dalla qualità media dei film. Una qualità “media”, per l’appunto, senza picchi qualitativi memorabili. A pochi metri dal traguardo è dunque tempo di previsioni e pronostici, e dopo le boutade iniziali su Somewhere, Miral e Black Swan, ora (a ragion veduta) prendono il volo le quotazioni del russo Fedorchenko (Silent Souls), del cileno Larrain (Post Mortem) e del tunisino Kechiche (Venus Noire). Anche il sottoscritto ha il suo favorito, Essential Killing di Skolimowski, potenziale jolly per il Leone d’Oro, per quello d’Argento alla miglior regia e per l’imprescindibile interpretazione di Vincent Gallo. Staremo a vedere.

PROMISES WRITTEN IN WATER (di Vincent Gallo, Usa), IN CONCORSO

Vincent Gallo è un genio. Vincent Gallo è un cialtrone. Meglio: Vincent Gallo è un genio proprio perchè è un gran cialtrone. E viceversa. Un egocentrico che interpreterebbe sei personaggi in uno stesso film, ma che odia la luce dei riflettori e le pressioni dei media. Un’intera platea che guarda Promises Written in Water lambiccandosi il cervello per trarne un senso è il miglior risultato possibile per Gallo, e ce lo immaginiamo mentre sogghigna per la riuscita del suo tranello. Il bianco e nero, le riprese sgranate, i lunghi dialoghi tra due amanti che litigano, il corpo umano inquadrato in ogni suo intimo dettaglio, per soddisfare il nostro voyeurismo compiaciuto: conta davvero la trama? Conta devvero ciò che vediamo? O conta solo la provocazione, quella di un regista che fa un po’ quello che gli pare, e ci spinge a ripensare al cinema come medium? Un medium che ha finito la sua corsa, e che per rendersi nuovamente originale deve sfondare, decostruire, esorcizzare i propri clichè ricalcandoli. Onore al cialtrone Gallo, Artista dell’Ovvio, Andy Warhol degli anni 2000.

Voto: ooooo (su 5)

– BEYOND (di Pernilla August, Svezia), SETTIMANA DELLA CRITICA

Libera dal ruolo che le ha dato notorietà (la hacker Lisbeth Salander della pluripremiata Trilogia Millennium) Noomi Rapace per Pernilla August diventa una madre di famiglia. Una famiglia felice, madre padre figli che giocano amabilmente nel lettone. E invece no. Invece il trauma che farà implodere il suo mondo è dietro l’angolo, e affonda le radici nella sua infanzia. Dei genitori alcolizzati, la morte del fratello, un’infanzia sbagliata, non voluta ma coatta, per una bimba senza via di scampo. Ci si può rifare una vita e seppellire tutto, certo. Ma il passato (oltre che essere una “terra straniera”) si può – forse – dimenticare, ma non perdonare (forget but not forgive). Beyond è uno spaccato di vita toccante e dolente, mai retorico né ricattatorio. Un amaro racconto sull’impossibile distacco da ciò che siamo stati, sugli imprinting familiari e sulla necessità di chiudere a forza i propri fantasmi nel cassetto, come estrema e umana forma di autodifesa.

Voto: oooo

– ROAD TO NOWHERE (di Monte Hellman, Usa), IN CONCORSO

C’era grossa attesa per il ritorno, dopo 22 anni, di Monte Hellman (regista di La Sparatoria, Strada a Doppia Corsia, e produttore esecutivo di Le Iene, il primo film di Tarantino). Forse troppa, dato il risultato finale di questa Road. C’è un regista famoso, che per girare il suo nuovo film sceglie la sconosciuta Laurel, di cui si invaghisce (scartando tra le altre Scarlett Johansson); c’è l’amico/collaboratore del regista, geloso e invidioso, accantonato e prossimo ad un (prevedibile) scoppio di follia. Ma soprattutto, a permeare ogni singola scena escluso l’incipit – che ci aveva ben fatto sperare – ci sono un andamento lento del tutto privo di ritmo ed energia e la Noia dei contenuti, il tedio di un tentativo di metacinema in cui tutti si prendono terribilmente sul serio e che per associazione finisce per assomigliare molto ad un cugino povero dei cortocircuiti mentali lynchani alla INLAND EMPIRE (un miraggio, per questo Monte Hellman). Legnoso, stanco, impacciato. Una strada, lunga due ore, che proprio non ci porta da nessuna parte.

Voto: o ½

– 13 ASSASSINS (di Takashi Miike, Giappone), IN CONCORSO

Miike, nella sua più che prolifica carriera (più di 70 lavori) ha dimostrato di saper/poter girare qualunque tipo di fiction: i fumettoni alla Yattaman e alla Zebraman (arrivato al Festival grazie alla rinnovata sinergia tra Mostra del Cinema e Far East Film di Udine), i film morbosi e disturbanti sulla sessualità deviata e le “mostruosità” umane (Audition, Visitor Q), gli epici action samurai movie. 13 Assassins rientra in quest’ultima categoria: incentrato sulla missione suicida di 13 guerrieri decisi ad eliminare un perfido shogun, è un classico cappa & spada sapientemente oliato in ogni sua più piccola sfumatura (duelli, alleggerimenti comici, dialoghi esplicativi e parentesi drammatiche). Il montaggio invisibile che cancella la costruzione interna della messinscena rendendola naturale e la sconfinata qualità formale ed eleganza del risultato finale cancellano di gran lunga una prima mezz’ora macchinosa e densa di “spiegoni” su ciò che stiamo guardando, lasciandoci la netta sensazione di aver assistito ad un grande saggio di regia.

Voto: ooo ½

– LA VERSIONE DI BARNEY (di Richard L. Lewis, Usa), IN CONCORSO

Tratto dal caso letterario di Mordecai Richler, Barney’s Version è il film più hollywoodiano in concorso quest’anno. E non potrebbe essere altrimenti, con un cast formato da Paul Giamatti (straordinario, ennesima dimostrazione di quanto possa stargli stretta una carriera da semplice caratterista), Rosamund Pike e Dustin Hoffman. Dal libro alla pellicola qualcosa cambia, ad esempio il registro, che nel film vira decisamente verso la commedia romantica subordinando la vena gialla e la carica di umorismo yiddish. Le storie di questa vita straordinaria procedono per flashback, seguendo le tappe dei 3 matrimoni del protagonista. Un racconto composto di composto cinema mainstream, che non prendendo una via precisa di genere manca di un vero e proprio centro narrativo. Si ragiona per accumulazione di scene: l’accusa di omicidio, l’affiorare dell’alzhaimer, i danni amorosi. Alla fine di tutto resta, questa sì, la malincomica riflessione sulla disgregazione inevitabile della memoria.

Voto: ooo

Filippo Zoratti

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