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Ahmed rashid – biografia

Ahmed Rashid Giornalista pachistano tra i più autorevoli, scrive per Daily Telegraph, International Herald Tribune, New York Review of Books, Bbc Online, El Mundo, The Nation e The Washington Post. E’ stato corrispondente della Far Eastern Economic Review per ventidue anni, fino alla chiusura. Suoi articoli in italiano appaiono sui principali quotidiani e su Internazionale. Esperto di Asia centrale, dopo l’invasione sovietica del 1979 in Afghanistan, è stato a lungo l’unico giornalista accreditato nell’area. Il suo Talebani (pubblicato in italiano da Feltrinelli nel 2001) è stato un best seller mondiale, tradotto in ventisei lingue. Ne sono state vendute, solo in inglese, più di un milione e mezzo di copie. Il libro è un testo di studio in numerose università americane e inglesi. Anche il successivo Nel cuore dell’Islam, pubblicato in italiano nel 2002 da Feltrinelli e dedicato al tema dello sviluppo del fondamentalismo islamico nelle repubbliche centroasiatiche, è stato tradotto in 16 lingue ed è divenuto testo di studio universitario, anche in Giappone. Nel giugno 2008 è uscito in inglese Descent into Chaos: US Policy and the Failure of Nation Building in Pakistan, Afghanistan and Central Asia, tradotto e pubblicato in italiano nel settembre dello stesso anno, sempre da Feltrinelli, come Caos Asia,  e vincitore del Premio Terzani 2009. Rashid fa parte dell’Eurasia Net della Fondazione Soros e del comitato internazionale della Croce Rossa. E’ consulente del Davos World Economic Forum e di Human Rights Watch. Gli sono stati assegnati numerosi premi e riconoscimenti. E’ stato il primo giornalista invitato a parlare all’assemblea generale delle Nazioni Unite  –  per volontà di Kofi Annan, nel settembre 2002 – e alla Nato a Bruxelles, nel settembre 2003. Tiene conferenze in tutto il mondo presso università, enti e istituzioni di prestigio. Nel 2001 ha creato l’Open Media Fund for Afghanistan, cui ha donato un terzo dei diritti dei suoi libri. La fondazione ha stanziato oltre 400 mila dollari per far nascere in tutto l’Afghanistan giornali e riviste nei vari idiomi locali. Rashid è nato nel 1948 in Pakistan, dove ha studiato, prima di perfezionarsi alla Cambridge University. Vive tuttora in Pakistan, a Lahore, con la moglie e i due figli. Il suo sito: www.ahmedrashid.com

L’opera – Caos Asia, che nella edizione originale inglese è più efficacemente intitolato “Discesa verso il caos”, è una puntuale descrizione del fallimento dell’Occidente in Asia centrale, un fallimento che si è annunciato fin dal primo intervento americano in Afghanistan e che ha posto sull’orlo del precipizio, spingendola verso il caos, l’intera regione, un’area decisiva dal punto di vista strategico ed economico, eppure ancora sostanzialmente celata allo sguardo occidentale. Rashid ricorda come, dopo il clamoroso successo del suo saggio Talebani, frutto di molti anni di lavoro e alla fine pubblicato da una piccola casa editrice inglese, venisse continuamente invitato a tenere conferenze negli Stati Uniti e in Europa. Nel 2002 è stato persino il primo giornalista a parlare di fronte all’assemblea generale delle Nazioni Unite. “Gran parte di ciò che dicevo – scrive – era dettato dal buonsenso, doveva risultare evidente ai governi occidentali. O almeno così pensavo. Ogni punto della mia lista di questioni è stato scrupolosamente ignorato da Washington”. Questa amara constatazione è argomentata in un saggio di cinquecento pagine, fitte di numeri, citazioni puntuali, riferimenti bibliografici, quasi un sillabario per addetti ai lavori, come lo ha definito Valerio Pellizzari su la Stampa. Dopo la caduta del regime talebano, scrive Rashid, la comunità internazionale guidata dagli Usa avrebbe dovuto impegnarsi a ricostruire l’Afghanistan, contribuendo ad avviare le riforme e la costruzione nazionale anche in Pakistan e negli Stati dell’Asia centrale orfani dell’impero sovietico e abbandonati sulla china di una pericolosa deriva economica e istituzionale. La regione andava considerata come una singola entità, perché molti dei problemi presenti erano comuni a tutta l’area. Per integrare l’Afghanistan e gli stati dell’Asia centrale nell’economia mondiale e sottrarli all’influenza di Al Quaeda sarebbe stato necessario un massiccio programma di aiuti, un vero e proprio nuovo piano Marshall per la regione. Bush e i neocon, denuncia Rashid, hanno invece sfruttato le rappresaglie in risposta all’11 settembre e la guerra al terrorismo come un mezzo per “rimodellare” l’intero Medio Oriente, distruggere il regime di Saddam Hussein in Iraq e assicurare alle compagnie petrolifere americane una fetta più larga dei giacimenti della regione. E la guerra dei militari ha automaticamente bloccato tutte le altre vie necessarie a combattere l’estremismo islamico e arginarne la diffusione, sottraendo di fatto ai musulmani moderati ogni possibilità di appoggiare la lotta dell’Occidente. Per finanziare la guerra sono stati spesi quasi tremila miliardi di dollari. Per la ricostruzione e l’avvio delle riforme in Afghanistan solo 110 milioni. E quando Karzai ha chiesto a Bush un finanziamento per ricostruire l’asse stradale principale dell’Afghanistan, da Herat fino a Jalalabad, devastato da venti anni di guerra, la Cia ha posto il veto,  bloccando la richiesta. Come non bastasse, nulla è stato fatto per arginare l’influenza dei “signori della guerra”, che hanno così potuto impegnare i loro uomini nella produzione e nel traffico di eroina. L’Afghanistan è rimasto al quintultimo posto nell’Human Development Index dell’Onu, ma è diventato nel frattempo il primo paese al mondo per il traffico di eroina. “Il fallimento americano nel rendere sicura questa regione – scrive Rashid – potrà portare al terrorismo globale, alla proliferazione nucleare e a un’epidemia di droga su una scala che non abbiamo mai conosciuto e che possiamo solo sperare di non conoscere mai”.

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