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Sono passati oltre trent’anni da quando 5 giovanotti australiani si muovevano con un furgone e 3 persone che davano loro una mano a portare in giro la loro musica. Dopo tutti questi anni le persone sono diventate 75 e i camion di uno dei più grandi show del mondo circa 100. Quella che non è cambiata nel tempo è la loro musica, sempre fedele a se stessa, nonostante la prematura dipartita del cuore del gruppo nel 1980, quel Bon Scott che ancora oggi si sente nelle canzoni di una delle più grandi rock band di sempre.

E proprio il 1980 è stato un anno fondamentale per la band al bivio: mollare tutto senza Bon o continuare con un disco come Back in Black in cantiere. L’arrivo di Brian Johnson ha segnato la nuova vita del gruppo la cui musica dal rock-blues degli inizi si è tramutata in quell’hard rock di cui gli AC/DC sono il portato per antonomasia e che hanno creato senza inventare nulla. Non è rock, non è blues, né, tantomeno, metal e che proprio l’album del 1980 ha sigillato in uno dei dischi miliari della storia della musica, punto di svolta degli AC/DC che sono così entrati di prepotenza nel mainstream, proiettati verso un futuro di assoluti successi ma con un occhio indietro, verso lo spirito degli esordi e la natura grezza del gruppo.

È il rock duro, con delle venature blues, dei 5, capitanati dai fratelli Young, Malcom e Angus, alle chitarre, Phil Rudd alla batteria, Cliff Williams al basso e il pilota Johnson l’assolutamente inconfondibile voce. Tre sono elementi fissi, inchiodati: Malcom, nervosa chitarra ritmica, Cliff, preciso al basso e il compassato Phil alla batteria con l’immancabile sigaretta. Due gli indiavolati che non trovano pace: Brian e Angus, deus ex machina della band, vero mattatore del palco, moto perpetuo della chitarra elettrica e, indiscutibilmente, calamita d’attenzione di ogni loro evento.

Allora via, dopo Solieri e le Vibrazioni, con special guest Pino Scotto che ha giustamente ricordato l’indimenticabile Ronnie James DIO, tutti a bordo del Rock n’ roll train che ha aperto il concerto. L’inferno, dopotutto, non è un brutto posto in cui stare (Hell Ain’t a Bad Place to Be), per passare al grande classico Back in Black, poi Big Jack e la “vecchia” Dirty Deeds Done Dirt Cheaps, Shot Down in Flames, i tuoni di Thunderstruck e il ghiaccio nero Black Ice da cui prende il nome l’ultimo lavoro e il nuovo tour.

The Jack, per tutte le signorine con annesso spogliarello di Angus, poi le campane infernali (Hells Bells) hanno suonato nella notte. Shoot to Thrill, War Machine, un tuffo nel passato con High Voltage, You Shook Me All Night Long e l’inno T.N.T. a cui il pubblico ha prontamente risposto e la scenografica “bambolona” di Whole Lotta Rosie.

Let There Be Rock, da cui prende il nome il libro di Susan Masino sugli AC/DC, con assolo stratosferico e infinito di un Angus indiavolato che, finalmente, stramazza sulla piattaforma centrale che si staglia al cielo con migliaia di coriandoli a toccare ogni singola nota emessa dalla SG del nostro e l’encore Highway to Hell, hanno preceduto la canzone che ha chiuso il concerto.

L’immancabile For Those About to Rock (We Salute You Udine) ha salutato gli oltre 40mila inappuntabili del Friuli che hanno fatto brillare per tutto il tempo i loro cornetti rossi, simbolo di quel discolo dispettoso di Angus e della sua Gibson SG “diavoletto” che fa sempre suonare grezza, con pochissimo effetto ma incredibile grinta.

Al termine di tutto la musica è finita, le luci si sono accese e gli amici se ne sono andati, ordinatamente come sono arrivati ma con 2 ore di musica in più e un’esperienza che non dimenticheranno per la vita

Massimiliano Vai Bucciol

Udine: AC/DC le foto del concerto

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