Coronavirus, Mantovani: “Lascito post Covid preoccupa” 

“Stiamo vedendo dei quadri legati” al coronavirus Sars-CoV-2. “Ed è chiaro che ci sono preoccupazioni su quale sarà il lascito post Covid. Penso a chi continua ad avere problemi polmonari causati dal danno infiammatorio una volta guarito, ai lunghi strascichi che si stanno osservando in alcuni pazienti. E una delle preoccupazioni più grandi è quella che riguarda i bambini un po’ più grandi, che peraltro ho l’impressione non abbia ricevuto tanta attenzione: abbiamo davanti una nuova malattia che ha un nome, si chiama Multisystem Inflammatory Syndrome in Children (Mis-C)”, è associata all’esposizione a Sars-CoV-2 “e ora è meglio definita”. A fare il punto con l’Adnkronos Salute è l’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e docente di Humanitas University.  

“La premessa è doverosa e va ripetuta continuamente: sappiamo davvero poco di Covid-19. Io so di non sapere. Nella storia naturale di un medico ‘anziano’ come me, succede qualche volta di confrontarsi con una malattia nuova e Covid-19 lo è. Siamo davanti a una sindrome nuova di cui non si capisce il perché, se non che è coinvolta una risposta infiammatoria”, spiega Mantovani, fra gli scienziati italiani più citati al mondo. Quello che si comincia a vedere da un po’ di tempo sono casi di persone ormai negative che fanno i conti per lungo tempo con problematiche di vario genere, come se non fossero mai guarite: stanchezza, difficoltà respiratorie, perdita di capelli.  

“Non sappiamo perché succede – puntualizza Mantovani – ma al riguardo si può avere un sospetto. E’ ragionevole pensare che può succedere qualcosa che ha a che fare con quello che abbiamo definito tono infiammatorio. E’ qualcosa che non si manifesta come la febbre e che si vede associato a tante situazioni cliniche diverse: è come se venisse cambiato il reostato del nostro tono infiammatorio di base, come se si fosse alzata la ‘temperatura’ di base. E’ possibile, dato che la componente infiammatoria in Covid-19 è così dominante, che stia succedendo questo”. 

Quello dell’infiammazione è uno dei temi che Mantovani tratta nel suo ultimo libro, ‘Il fuoco interiore’, edito da Mondadori. “Succede che è come se lo stato infiammatorio si alzasse, può capitare per esempio in una situazione di obesità, quando si invecchia non bene”, elenca l’immunologo. “Di questo aspetto del tono infiammatorio sotteso a manifestazioni cliniche molto diverse abbiamo discusso fra diversi esperti in un position paper pubblicato su ‘Nature Medicine’. Quelle che possiamo dire comunque è che l’infiammazione è una metanarrazione della medicina contemporanea. Attraversa diverse patologie”, continua Mantovani. 

“Il fatto che ci sia una prova formale che è avvenuta una re-infezione” con il coronavirus Sars-CoV-2 “non equivale a dire che la persona che si è contagiata due volte si è riammalata”. “Oggi sappiamo molto di più dell’immunità” al nuovo coronavirus, “ma è ancora troppo poco”, sottolinea lo scienziato. “Abbiamo sempre detto – ricorda – che chi si ammalava non si riammala, adesso abbiamo un caso documentato di re-infezione in cui però la persona, da quello che ho letto sulla rivista scientifica che ha pubblicato il caso (‘Clinical Infectious Diseases’), non ha sviluppato malattia”, come ha confermato anche un noto virologo dell’università di Hong Kong, Malik Peiris, non fra gli autori dello studio sulla re-infezione ma informato sul caso. “Quindi – prosegue Mantovani – possiamo guardare come sempre al bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Se la persona non si è riammalata, è ragionevole pensare che il suo sistema immunitario stia facendo il lavoro necessario”. L’esperto spiega inoltre che a Hong Kong hanno una forte tradizione di ricerca su questo fronte e Peiris “è stato uno dei pionieri nello studio del virus della Sars, quindi sa di cosa sta parlando. Se leggiamo bene il dato che emerge da quel lavoro il soggetto non si è ammalato una seconda volta – precisa Mantovani – ma si è reinfettato col virus”. Rari casi, ha puntualizzato anche l’Organizzazione mondiale della sanità, ma “questo sottolinea di nuovo quanto ancora non sappiamo”.  

Per quanto riguarda i più piccoli, ha colpito nei mesi scorsi il quadro individuato da pediatri inglesi, e osservato anche da camici bianchi di Bergamo, una delle città fra le più colpite da Covid-19 nella fase più dura dell’emergenza. I britannici lo avevano definito ‘simil Kawasaki’. “Qualche settimana fa sono usciti un paio di lavori e un editoriale sulla rivista ‘New England Journal of Medicine’. Direi che ormai sta diventando chiaro che Covid possa lasciare dei brutti ricordi. In che misura, quando, in che soggetti, e così via, sono tutte domande a cui non abbiamo ancora una risposta certa. Sono comunque quadri legati a una risposta infiammatoria fuori controllo. E la preoccupazione che io esprimo per le problematiche rilevate in alcuni bambini è perché ho sentito più di una persona dire che per fortuna questa malattia li risparmia. Non è sempre così”.  

Certo, puntualizza l’immunologo, “gli anticorpi” anti Sars-CoV-2 “sono solo la punta dell’iceberg della risposta immunitaria. C’è infatti una risposta di prima linea, che è l’immunità innata, e che di solito nel 90% delle volte che incontriamo un ‘nemico’ risolve i problemi, senza che ce ne accorgiamo. La maggior parte delle specie viventi ha solo quello come difesa. Poi ci sono i direttori dell’orchestra immunologica, che sono le cellule T e sono quelle che hanno la memoria immunologica. Il cuore di questa memoria è qui. E poi noi vediamo i ‘missili anti Covid’, ma sono solo una delle manifestazioni”. “Dati del Karolinska Institutet” svedese “dimostrano che ci sono molti soggetti che non hanno gli anticorpi, ma hanno la risposta delle cellule T, che sono una sorta di centrale operativa”, osserva Mantovani. “Tornando al caso di Hong Kong – conclude – ci fa riflettere sul fatto che non sappiamo quanto dura la memoria dopo l’infezione” da Sars-CoV-2, non sappiamo neanche quanto dura dopo il vaccino. Del resto il follow up più lungo è di 56 giorni, lo sottolineano anche gli autori delle analisi sul vaccino di Oxford. E’ tutto da scoprire”.  

“Ci sono tanti motivi per cui la malattia” da coronavirus Sars-CoV-2 “possa apparire meno grave adesso, ma meglio essere cauti. Non illudiamoci e teniamo la guardia alta, perché la partita finisce al 90esimo. Abbiamo avuto un primo tempo, ma le partite possono arrivare anche ai supplementari”. Interpellato dall’Adnkronos Salute sul focolaio intercettato in una Rsa di Milano, nel quale gran parte degli anziani ospiti trovati positivi sono risultati essere asintomatici (e scoperti grazie allo screening scattato a seguito di un primo caso), l’esperto commenta: “Questo ha a che fare con una domanda più generale”, e cioè “perché la grande maggioranza delle persone non si ammala e perché abbiamo avuto un’estate tutto sommato buona, di tregua?”. E il dibattito è aperto proprio su questo. “Innanzitutto, va osservato che ci sono due aspetti: noi dobbiamo tenere distinto il virus dalla malattia. Per quanto riguarda il virus, non c’è nessuna evidenza pubblicata su riviste scientifiche autorevoli che dica che si è attenuato. L’unica evidenza che abbiamo è sulla mutazione D614G, che si è diffusa su tutto il pianeta abbastanza velocemente e c’è il dubbio, ma non la certezza, che renda il virus più aggressivo. La malattia è un’altra cosa totalmente diversa”. A questo proposito, aggiunge Mantovani, “tutte le malattie respiratorie si attenuano durante la primavera-estate, anche le malattie respiratorie e le polmoniti da coronavirus diversi da Sars-CoV-2 si attenutano e scompaiono durante l’estate. Per tanti motivi: perché teniamo le finestre più aperte, perché c’è una maggiore circolazione dell’aria, perché il sistema immunitario ha i suoi limiti se ha a che fare con un numero dieci volte superiore di nemici, come succede per esempio in un ambiente chiuso in inverno. Poi, va aggiunto che oggi stiamo tutti più attenti e si fa diagnosi, anche più velocemente di prima”. Insomma, conclude lo scienziato, “oggi la malattia è diversa per tanti motivi. Ci sembra meno grave anche perché l’età media degli infetti si è dimezzata, anche se ai giovani va ricordato che il paziente 1 di Codogno aveva 38 anni”.  

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