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Esposto contro gli articoli sul friulano

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Dopo le polemiche dei mesi scorsi in seguito ad alcuni articoli apparsi sulla stampa nazionale in merito a presunti sprechi sul friulano l’argomento riemerge prepotentemente alla cronaca con un esposto presentato alla procura di Udine


We speak furlân: pro o contro il friulano

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L’esposto vuole difendere i principi fondamentali della Costituzione, che delineano un’Italia democratica e pluralistica, e anche dal punto di vista linguistico. Anche l’art. 3 dello Statuto Speciale, L. Cost. 1/63, ne parla espressamente, e la Corte Costituzionale lo ha citato anche in relazione alla lingua friulana.

Nel Friuli sempre un po’ sottano è una notizia bomba, ma in realtà non è altro che l’esercizio della facoltà di denuncia attribuita ad ogni cittadino, al primo quivis de populo che passa per la strada, dall’art. 333 c.p.p. Qualcuno doveva dire basta con questi veri e propri linciaggi mediatici di popoli interi, solamente in ragione della loro lingua e della sua diversità rispetto a quella ufficializzata. La denuncia (si tratta di reati sottoposti a un regime sostanziale e processuale del tutto particolare e molto rigoroso, in ogni caso procedibili d’ufficio) è a carico degli autori delle più gravi pubblicazioni (L’Espresso, Io Donna, Il Venerdì di Repubblica) che a Settembre hanno attaccato la natura stessa della lingua friulana e messo letteralmente alla berlina coloro che ancora esercitano i loro diritti linguistici costituzionalmente garantiti praticando il plurilinguismo storicamente tipico del Friuli Naturalmente, scatta l’art. 57 c.p., che coinvolge anche i direttori responsabili delle rispettive testate, a diverso titolo, sostanzialmente per agevolazione tramite colposa omissione del dovuto controllo. Il titolo di reato che mi è sembrato di poter fondatamente ipotizzare (ed è stata congiuntamente presentata querela per tutti gli ulteriori reati che il P.M. dovesse eventualmente ritenere sussistenti) è costituito dall’art. 3, co. 1, lett. a), prima parte L. 654/75 (legge Reale, di ratifica di convenzioni internazionali sul razzismo, che incrimina, tra l’altro, chiunque diffonda, in qualsiasi modo, idee fondate su intolleranza e superiorità), aggravato ex art. 3 L. 205/93 (aggravante della finalità discriminatoria prevista dalla legge Mancino, di speciale regolamentazione dei fenomeni razzistici), applicabili anche agli atti di intolleranza sulla base della lingua ex art. 18bis L. 482/99 (legge generale di attuazione dell’art. 6 della Costituzione), recentemente introdotto, a tutela penale di tutte le minoranze linguistiche riconosciute, dall’art. 23 L. 38/01 (legge speciale di tutela della minoranza slovena, che in questo caso ha dettato una disciplina di applicazione più generale, espressamente estesa a tutte le minoranze riconosciute, compresa quella friulanofona, e non certo a caso inserita tramite novella alla legge generale). Se tutto va bene, si andrà a giudizio direttissimo avanti i Tribunali competenti sulla base delle speciali regole dettate dalla Legge sulla Stampa 47/48. Le pene non sono elevatissime, perché in questi casi il legislatore ha criminalizzato quella che rimane pur sempre una manifestazione del pensiero. Se da una parte l’art. 21 della Costituzione (libertà di stampa) risulta necessariamente recessivo rispetto al più importante art. 3, primo e secondo comma (rispettivamente uguaglianza formale e sostanziale, di cui l’art. 6 sulla tutela delle lingue alloglotte rispetto a quella ufficiale non è che un corollario; si tratta non certo a caso di articoli posti tra i principi fondamentali della Costituzione), d’altra parte si sarebbe rivelata irragionevole un’eccessiva compressione di quella che comunque rimane una libertà fondamentale, sia pur nel contesto dell’equo contemperamento dei contrapposti interessi posto in essere dal legislatore penale.

Luca Campigotto

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