Udine

Friuli Rurale: “Insensato piangere la Danieli, elettrodotto alibi”

Riceviamo e pubblichiamo “Lettera aperta al presidente di Confindustria Adriano Luci” a cura del comitato “Friuli per la vita rurale”

La fuga in Serbia della Danieli, che qualcuno si ostina ad attribuire ai detrattori dell’elettrodotto aereo Redipuglia-Udine ovest, sta suscitando una bordata di sciocche quanto paradossali e tardive recriminazioni che nulla, o quasi, hanno a che vedere con la realtà dei fatti. Chi oggi si strappa le vesti per l’ennesima delocalizzazione dimentica la premurosa accoglienza accordata da Tondo al Presidente della Serbia, giunto a siglare il contestato accordo. Ma non può nemmeno ignorare che all’illusione del patriottismo friulano la Danieli ha preferito la logica del profitto, ovvero rifugiare i propri interessi in uno Stato dove l’operaio costa un quarto e dove i beni collettivi sono piegati al volere del privato. Resta il fatto che la Danieli non è andata in Germania dove vige lo stato di diritto e dove le industrie energivore non godono di favori di sorta.
Piangere sulla fuga di un prestigioso protagonista dell’industria regionale non ha più alcun senso. Attribuirne la colpa all’elevato costo dell’energia, perché causato dalla mancata realizzazione del megaelettrodotto Redipuglia-Udine ovest è una penosa menzogna che non giova a nessuno, tanto meno alla generalità dei membri della Confindustria. Paradossalmente è vero l’esatto contrario e, allora, c’è da chiedersi se simili dicerie non giovino a chi, in seno alla Confindustria, gode di una posizione dominante e, incurante di abbattere i costi dell’energia, mira piuttosto ad avvantaggiarsene.
Il fatto è che il panorama energetico risulta dominato da un numero limitato di centrali a combustibili fossili che immettono l’energia prodotta in grandi dorsali ad alta tensione da cui si dipartono le reti che arrivano all’utenza civile ed industriale. Tale sistema, che incide in maniera significativa sul prezzo finale dell’energia, presenta un’evidente rigidità: infatti il flusso di elettricità viaggia in maniera unidirezionale, dal luogo di produzione a quello di consumo e assegna all’utente finale il ruolo passivo di semplice “consumatore” di energia.
Come se non bastasse lo Stato Italiano ha voluto ignorare il libero mercato sollecitato dalla Comunità Europea per assegnare alla TERNA la gestione del dispacciamento energetico in sostanziale regime di monopolio, tant’è che oggi, forte di un apporto finanziario statale che non chiede nulla in cambio, la Società può vantarsi di essere il primo operatore di trasmissione in Europa e il sesto al mondo per chilometri di linee gestite. Quale sia il segreto di tanto successo è l’ignavia dello Stato Italiano che da 20 anni a questa parte si guarda bene dal redigere il Piano Energetico Nazionale e lascia fare.
A subirne le conseguenze è il consumatore costretto a pagare la bolletta energetica fra le più care al mondo e, quindi, a garantire l’esorbitante attivo del Concessionario.
Con tutti quei denari e la contestuale arrendevolezza delle autorità locali si possono promuovere costose campagne pubblicitarie per forzare l’opinione pubblica ostile alle sue linee di sviluppo, sostenere accattivanti premi e sponsorizzazioni, promuovere le famigerate compensazioni, commissionare “indagini demoscopiche” mirate, finanziare gli ambientalisti che di tale generosità si sentono debitori, suscitare il consenso fra i media. Ebbene, dovendo coltivare la rete delle alleanze, alcune società private vengono ammesse al banchetto: è il caso delle linee transfrontaliere, quali la Somplago-Wurmlach. Resta comunque il fatto che dopo la realizzazione di una nuova linea la bolletta energetica non è mai diminuita, anzi, si è radicalizzato il potere dominante con una accresciuta rigidità strutturale, ovvero, con la costruzione di dorsali sempre più potenti.
Eppure, nei paesi civili dove non prevalgono le rendite di posizione e si valorizzano i percorsi decisionali e le qualità ambientali, si è sviluppato un radicale ripensamento delle modalità di produzione e consumo dell’energia. La generazione distribuita rappresenta una diversa modalità di pensare e gestire la rete elettrica, basata non più, o non solo, su grandi centrali collegate a reti di tralicci, bensì su unità produttive di energia rinnovabile di piccole-medie dimensioni, distribuite omogeneamente sul territorio e collegate direttamente alle utenze o comunque a reti a basso voltaggio: un sistema virtuoso che libera l’utente dalla posizione di soggetto passivo per renderlo attore consapevole. Tra gli altri vantaggi ne deriva una minore lunghezza delle reti, ben sapendo che gli elettrodotti aerei perdono per strada almeno il 7% dell’elettricità trasportata e comportano ingenti costi di manutenzione che paghiamo in bolletta nonché un costante rischio di interruzioni e black-out.
La generazione distribuita, invece, minimizza questi rischi, e aumenta l’affidabilità della rete, poiché il fermo di un impianto non comporta l’interruzione della fornitura, ma viene compensato dalla presenza delle altre centrali. Questo aspetto è particolarmente importante per gli impianti a fonti rinnovabili, che per la maggior parte erogano energia in maniera discontinua. La rete elettrica, all’interno di questo nuovo scenario, cambia completamente ruolo e funzioni. E’ infatti destinata gradualmente a trasformarsi da rete “passiva”, in cui l’elettricità semplicemente scorre dal luogo di produzione a quello di consumo, a rete “attiva” e “intelligente” (smart grid), capace di gestire e regolare più flussi elettrici che viaggiano in maniera discontinua e bidirezionale. Con la progressiva diffusione dei piccoli impianti a fonti rinnovabili, i luoghi di produzione e di consumo dell’energia elettrica tendono non solo ad avvicinarsi, ma spesso a coincidere.
I paesi europei più consapevoli ne hanno colto gli indubitabili vantaggi, tanto da spingere la Comunità Europea a sollecitare negli Stati membri l’adozione di un modello energetico basato sulla generazione distribuita. Un modello a tutti gli effetti “democratico” che suscita l’innovazione e nel contempo favorisce una provvidenziale autonomia dalle fonti fossili e quindi dalla instabilità dei paesi che ne sono produttori. Un modello che si attaglierebbe perfettamente alle caratteristiche del sistema produttivo e alle prerogative istituzionale di una Regione che, a dispetto della miopia del suo esecutivo, è pur sempre una Regione Autonoma a Statuto Speciale. A maggior ragione stupisce che il vertice confindustriale si pieghi a proposte operative che poco o nulla hanno a che vedere con il progresso, l’innovazione tecnologica, la salvaguardia ambientale, che non suscitano il benessere, né la crescita di quella green economy che in altri paesi è fonte di uno sviluppo industriale diffuso. Si rimane costernati nel vedere che i finanziamenti del nostro fotovoltaico finiscono per buona parte in Germania, perché qui nessuno se ne fa carico e, intanto, si vara una nuova legge sull’energia che non innova un bel nulla e si fa il tifo per mega elettrodotti aerei che attraversano il Friuli, deturpandolo, o per un rigassificatore che inquina il golfo di Trieste e che il maltempo renderebbe inoperativo.
Caro Luci, spero che questa mia, scoraggiando le sterili doglianze, stimoli il dibattito e che il cerchio magico formato da chi lucra sull’energia, dalle associazioni di categoria, dai politici miopi e dai media nostrani si apra finalmente ad un confronto leale nell’esclusivo interesse della collettività e di quelle aziende che si giovano delle qualità ambientali e culturali della nostra Terra, senza che per questo si debba emulare ad ogni costo la Serbia. Con i più cordiali saluti.

Aldevis Tibaldi
Comitato per la Vita del Friuli Rurale

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