Bearzi

La guerra dell’acqua in Friuli Venezia Giulia

Respinte dall’Aula le due mozioni dell’opposizione contro la privatizzazione della gestione dell’acqua. A votare contro Pdl, LN, UDC con il voto di astensione preannunciato da Ferone (Pensionati); favorevoli PD, Idv, Citt e SA.

Accolto invece dalla maggioranza (no compatto del centrosinistra, astenuto Ferone) l’ordine del giorno presentato dai capogruppo Narduzzi (LN), Galasso (Pdl), Sasco (UDC) e Asquini (Misto) che impegna la Giunta ad attivarsi nei confronti del Governo perché – nell’emanazione dei regolamenti attuativi – si tenga conto delle specifiche condizioni di efficienza che rendono la gestione pubblica non distorsiva della concorrenza e quindi non svantaggiosa per i cittadini rispetto a un’altra forma di gestione dei servizi idrici pubblici locali. Inoltre, nella mozione si chiede di prevedere gli strumenti per l’attivazione e il rafforzamento del controllo e della vigilanza sulla qualità del servizio e sulla correttezza delle tariffe.

In precedenza, a concludere il dibattito erano stati Gianfranco Moretton (PD), Enore Picco (LN), Roberto Antonaz (SA-PRC), Franco Baritussio (Pdl), Danilo Narduzzi (LN) e Piero Colussi (Citt).

Una brutta pagina di storia, per Moretton. Le condizioni poste sono così coercitive che in realtà non sarà possibile nemmeno in Friuli Venezia Giulia rientrare nei parametri che consentiranno di avere una gestione pubblica dell’acqua. E siccome ogni opera di manutenzione sarà a carico dei privati, a rimetterci saranno le famiglie.

La LN ha da sempre dato battaglia perché l’acqua resti pubblica, ha affermato Picco. L’esperienza portata avanti dalla Provincia di Gorizia è importante, potremmo pensare a degli ATO provinciali. C’è la necessità di fare un passo indietro, una pausa di riflessione tutti insieme perché l’acqua non è di destra o di sinistra, è di tutta l’umanità.

Secondo Antonaz le conseguenze di questa norma saranno devastanti per quanto concerne la gestione di un bene pubblico, ma corriamo il rischio di veder distrutto anche il nostro sistema idrogeologico, soprattutto in montagna, qualora venisse lasciato alle regole del privato. Bisogna fare di tutto perché la legge sia bloccata, anche arrivare al referendum abrogativo.

Per Baritussio occorre pensare a non incorrere nelle norme europee sulla concorrenza, ma anche alla sicurezza ambientale: servono risorse – che mancano – per costruire acquedotti e impianti di depurazione, la parte pubblica da sola ha grosse difficoltà a raggiungere questi traguardi.

Su una vicenda così il centrosinistra non può dare lezioni, ha commentato Narduzzi. Oggi l’acqua rimane pubblica, a noi interessa che i cittadini paghino poco, abbiano un buon servizio con tariffe controllate. Ci sono tutte le garanzie perché nessuno pensi di gestire l’acqua come un bene privato.

Infine, l’intervento di Colussi secondo cui in questa vicenda non si è tenuto conto che l’Italia è Paese variegato dove la situazione del Friuli Venezia Giulia è diversa da quella della Puglia. Per questo era necessario che la legge prevedesse l’autonomia delle Regioni.

IN aula consiliare è stato presentato un ordine del giorno da parte del partito democratico

Il processo di privatizzazione dell’acqua – ha affermato Alessandro Colautti (Pdl) dando il via al dibattito sulle mozioni dell’opposizione sulla tutela di questo bene – è iniziato nel 2000 con Bersani e una legge molto più privatistica della 133/2008, visto che si dà il via alla creazione di SpA. Voi parlate dell’acqua come se fosse solo quella potabile. Invece c’è un problema di depurazione ed è la legge Galli del ’94 che consente un sistema idrico integrato con una tariffa unica che include anche la gestione e la manutenzione dei depuratori. E’ una bugia dire che si va a privatizzare l’acqua – ha aggiunto. Saranno gli ambiti territoriali (ATO) a fare le gare, stabiliranno le tariffe e ci sarà un capitolato che andrà rispettato; le mozioni non sono aderenti alla realtà. Un pensiero poi rimarcato dal suo collega di gruppo Massimo Blasoni, per il quale demonizzare il privato non serve; così non si esce dalla crisi. Non si privatizza l’acqua, ma si mettono a gara servizi che, tra l’altro, poi saranno gestiti dagli stessi soggetti che già li gestiscono oggi, quei soggetti pubblici che tanto difendete. Noi vogliamo solo un confronto con il privato.

Per contro, Igor Kocijancic (SA-PRC) ha parlato di servizi peggiori e bollette più alte. Ha poi affermato di non credere che la legge di iniziativa popolare possa trovare molti consensi in Parlamento, ma forse servirà a rendere o mantenere pubblici servizi essenziali quali l’acqua, ma anche la scuola e i trasporti. Non mi risulta – ha concluso – che i privati brillino per finanziamenti nella ricerca e nello sviluppo della risorsa, ma solo per sfruttare gli impianti al massimo. Credo che si arriverà a una campagna europea di salvaguardia di questo bene prezioso.

Alessandro Corazza (Idv) ha sottolineato l’aspetto lucrativo della privatizzazione dell’acqua e l’aumento delle tariffe, mentre se restasse un bene pubblico sarebbe usato con parsimonia. Sia il sindaco – ha affermato – a gestirla e poi a risponderne al cittadino; senza dubbio si comporterà come un buon padre di famiglia. Infine ha proposto di fare come la Regione Puglia, ovvero impugnare la normativa nazionale perché giudicata incostituzionale.

Dobbiamo ottenere che anche in questa materia la competenza sia della nostra Regione – ha detto Sandro Della Mea (PD). Ci vorrebbe una società gestita con un sistema dualistico dove c’è un’assemblea composta dai Comuni e che nomina un comitato di gestione tecnico-manageriale avente obiettivi da raggiungere, e un comitato di sorveglianza che controllerà che tali obiettivi siano raggiunti e che le risorse realizzate vadano o a nuove opere o ad abbassare le tariffe dell’utenza. E’ invece normale che il privato che investe capitale voglia veder fruttare il suo sforzo e quindi aumenterà le tariffe.

Luigi Ferone (Part.Pens) ritiene l’acqua un bene di tutti a cui tutti devono poter accedere. Ritiene assurdo metterla nelle mani di multinazionali o di banche o di grandi capitalisti. Cosa accadrà – ha chiesto – se un cittadino non potrà pagare la bolletta? Gli sarà tolta? E magari un giorno gli toglieranno anche l’aria? Non sono mai stati fatti i giusti investimenti verso questo bene. Nella legge, è vero, è previsto che l’acqua sia e rimanga pubblica, ma se si permette che sia venduta un qualche dubbio mi viene e una riflessione è legittima. Le due mozioni, però, sono strumentali e per questo – ha spiegato – voterò astensione.

E’ importante partire dalle esperienze del territorio – ha affermato Giorgio Brandolin (PD) parlando di quanto fatto nella provincia di Gorizia con il piano d’ambito, e sostenendo che la gestione in-house può essere antieconomica. La mozione non è una iniziativa strumentale, ma un invito a una riflessione sul ciclo integrato dell’acqua e alla necessità di adeguare la normativa.

Per Mauro Travanut (PD) è improprio dire che l’acqua è pubblica. Essa è un bene astratto che diventa concreto solo attraverso i servizi. E a gestire i servizi non è indispensabile che sia il pubblico, mentre lo è per l’utilizzo di questo bene da parte di tutti. Su questi elementi non si può scherzare e serve riflettere un po’.

Legge Galli, ciclo integrato, funzione della tariffa, costi di gestione, gli aspetti analizzati da Daniele Galasso (Pdl) che ha invitato a non fare sul tema gli arruffapopolo, ricordando che il governo delle risorse idriche spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche. La mozione è strumentale, ha affermato annunciando in alternativa un ordine del giorno che impegna la Giunta ad attivarsi presso il Governo affinché nell’emanazione dei regolamenti e nella definizione delle soglie tenga conto di specifiche condizioni di efficienza che rendano, nel settore idrico, la gestione in-house non distorsiva della concorrenza, e perché siano previsti strumenti per rafforzare il controllo e la vigilanza sulla qualità del servizio integrato e sulla correttezza delle tariffe.

L’utenza dell’acqua è l’unica obbligatoria e la materia va ricondotta all’autonomia della Regione – ha affermato Enio Agnola (Idv) e, portando l’esempio del suo comune, Forgaria, ha ricordato che il canone deve recuperare equilibrio rispetto ai costi e che gli acquedotti vanno gestiti in ambiti adeguati. Saranno gli ambiti territoriali a creare le condizioni per un rapporto corretto con il privato e una gestione economica per finanziare la revisione delle reti di acquedotti.

Edoardo Sasco (UDC) ha stigmatizzato le strumentalizzazioni di tipo ideologico e invitato a porre al centro dell’attenzione l’obbiettivo finale, ovvero miglior servizio e qualità applicando tariffe possibilmente contenute, a rispettare e applicare le normative, a mantenere gli impianti di proprietà pubblica pur non essendo contrari all’ingresso dei privati nella distribuzione dell’acqua. E ha invitato a un maggior rispetto dell’uso dell’acqua come risorsa.

Una maggioranza rimasta a secco di argomenti sul tema dell’acqua . Commenta così Paolo Menis (PD) la bocciatura da parte del Consiglio regionale della mozione sulla dichiarazione dell’acqua come bene privo di rilevanza economica, che lo vedeva come primo firmatario).
“In più parti della maggioranza – così Menis – è mancato il coraggio di staccarsi dalla posizioni nazionali, nonostante avessimo cercato di mettere in evidenza tutte le incongruenze a cui porterà la privatizzazione del servizio idrico, che andranno a danno dei cittadini: aumento delle tariffe, diminuzione degli investimenti in infrastrutture e fine delle politiche di risparmio idrico tanto per citare le più importanti. Questa non é fantascienza nè demagogia, prosegue, ma esperienza diretta dei consumatori che già da diversi anni si confrontano con le multinazionali private, sia in Italia che all’estero.
“Purtroppo la maggioranza ha evitato il confronto trincerandosi, di fatto, dietro logiche di pura politica, come il patto di maggioranza invocato dal capogruppo leghista per giustificare un voto che va contro il credo federalista del suo partito.
“Le aziende pubbliche oggi fanno manutenzioni, investimenti e distribuiscono l’acqua. I privati dovranno fare altrettanto ma, per definizione, anche ricavare un margine di utile. Chi pagherà? – si chiede Menis. Ovviamente saranno i cittadini con l’aumento delle tariffe, come già sta accadendo in certe città del nostro Paese, ad esempio Latina.
“Con l’avvento dei privati diremo addio alle politiche di risparmio delle risorse idriche, un obiettivo che credo abbia ancora un senso anche dal punto di vista morale ed economico, ma che perderà significato quando il consumo di acqua sarà fonte di guadagno per qualcuno.
“A poco giova rimarcare che la proprietà dell’acqua resta pubblica quando è di tutta evidenza che si parla di un servizio che non può essere scorporato dalla sua gestione per poter essere fruito. Almeno se ci fosse stata la possibilità di un’azione legale collettiva – conclude Menis – avrebbe aiutato i cittadini a far sentire la propria voce quando verrà meno anche la dimensione locale dei servizi fondamentali”.

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