Valerio Bispuri

Valerio Bispuri è un fotoreporter tra i più coraggiosi che possiamo vantare in questo Paese. Tra i suoi viaggi il più impegnativo è sicuramente quello intrapreso lungo la terra latino americana alla ricerca della vera natura del suo popolo. Una ricerca che ha portato Bispuri direttamente all’interno delle carceri del Sudamerica. 10 anni, 74 prigioni, una macchina fotografica e un progetto che nel 2011 è stato racchiuso in un reportage fotografico denominato Encerrados,” i rinchiusi”, raccogliendo plausi in Europa e nella Sudamerica stessa.
Dopo diverse tappe italiane, grazie all’iniziativa di Homepage Festival  Bispuri presenterà per la prima volta davanti al pubblico udinese presso l’auditorium del Palazzo Toppo Wasserman di Udine alle ore 20.30 il suo straordinario progetto fotografico. Nelle due giornate successive sarà invece il relatore del workshop su fotogiornalismo e reportage, sempre all’interno delle rassegne di incontri e workshop targate Homepage Festival.

 

 

valerio bispuri
10 anni per le carceri del Sudamerica. Non è stato sicuramente facile. Quando hai iniziato a pianificarlo?
Volevo raccontare un continente che amavo, dove ho vissuto. Un giorno sono stato invitato a visitare un carcere in Ecuador , è stata un’esperienza traumatica: mi tirarono sacche di urine. Si trattava della mia prima prigione, non ero preparato, ma da quel momento è nato l’interesse a  vedere la situazione delle altre carceri in Argentina. Il carcere rispecchia molto la società di un Paese.
Come hanno vissuto, gli encerrados, il tuo reportage? Si sono mostrati disposti a condividere la loro realtà o è stato più complicato coinvolgerli?
Non appena spieghi loro perché sei lì e fai capire la situazione, collaborano. Non tutti, ma la maggior parte sì.
Qual è il paese che ti ha colpito di più?
Me lo domandano spesso ma in realtà non c’è una classifica. Ce ne sono vari, ognuno ha una situazione complicata a sé stante.
Un episodio particolare che ti piacerebbe raccontare?
Voglio raccontare una cosa bella che è successa: una volta ho visitato un padiglione senza che nessuno mi accompagnasse, da solo ho fatto delle foto ai detenuti che vivevano in quella prigione in condizioni veramente oscene e disumane. Quando poi esposi le mie foto a Buenos Aires nel 2009 [ndr. Durante il Festival Dei Diritti Umani], quella prigione venne chiusa. Sarà stato sicuramente anche merito dell’influenza di altre forze, più politiche della mia, ma la fotografia può fare anche questo.
La fotografia come denuncia perché le parole, spesso, non ti bastano?
A sette anni mi comprai una macchinetta fotografica ma l’indagine è quello che mi ha sempre spinto: la fotografia è il mezzo con cui svelare cose che si conoscono poco.
La fotografia va più in là delle parole perché ti permette di avere una prospettiva più ampia, mentre le parole spesso sono sfuggenti.
Le fotografie ti mettono davanti alla realtà, le parole a volte possono modificarla.
Dopo il Latino America dove vorresti andare?
Torno spesso in Sud America, ma basta carceri. Dopo Encerrados ho seguito un’inchiesta riguardo l’abuso di una droga in Argentina, Brasile e Perù.
Sei stato anche in India
Sì. Ho girato molto negli ultimi anni dopo Encerrados.
C’è qualcosa che vorresti dire a chi si interessa al tuo lavoro e vuole partecipare al workshop?
Tengo sempre a sottolineare che il reportage non è un reportage di denuncia.
Il reportage viene fatto per raccontare un continente. La denuncia viene in secondo piano.
In Encerrados ho voluto raccontare la situazione nelle carceri a livello antropologico, prima che di denuncia.

 

Intervista di Valentina Tonutti

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