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L’European Language Index racconta l’italia che non ti aspetti

Chi ama l’Italia troverà una giustificazione. Chi è scettico nei confonti del paese troverà una causa. Stiamo parlando della penultima posizione che l’Italia occupa nella classifica 2021 elaborata dall’European Language Index in merito all’appredimento linguistico di un nuovo idioma. In altre parole quanto è facile studiare o perfezionare una nuova lingua in patria. L’Italia è relegata al 26° posto, praticamente in fondo alla graduatoria. Ma prima di trovare giustificazioni o cause, partiamo dai dati che raccontano l’Europa e il paese che non ti aspetti.

Penultimo posto, dicevamo. Dietro di noi c’è solo la Bulgaria. Davanti tutte le altre. E al primo posto un outsider, uno dei paesi più piccoli di tutta l’Unione: il Lussemburgo. Seguono a ruota nelle prime dieci posizioni Svezia, Danimarca, Cipro, Paesi Bassi, Malta, Slovenia, Belgio, Estonia e Germania. In altre parole il Lussemburgo è il posto in cui le istituzioni pubbliche e i privati creano il miglior ambiente per l’apprendimento di una nuova lingua escluse le tre già parlate entro i confini ossia lussumberghese, francese e tedesco. Già a partire dalle scuole primarie il 100% dei bambini inizia a studiare un nuovo idioma con ottimi risultati. Il Lussemburgo, cuore finanziario dell’Europa, gode di una elevata mobilità lavorativa e di un livello piuttosto intenso di multiculturalismo che giova e stimola il multilinguismo. Parliamo di uno stato di origini piuttosto recenti, 1867, che non si distingue per una forte identità etnica e culturale: un territorio grande come la provincia di Piacenza sempre conteso tra le nazioni vicine. Insomma, un’identità debole che giustifica il pluralismo linguistico.

Ma com’è stato realizzato lo studio dell’European Language Index? I 27 paesi dell’Unione, ad esclusione del Regno Unito, sono stati analizzati in base a 18 fattori raggruppati successivamente in sette macrogruppi. Parliamo di: 1) diversità linguistica; 2) accesso all’apprendimento digitale di uno o più idiomi; 3) grado di plurilinguismo; 4) numero di lingue ufficiali parlate di ogni paese analizzato; 5) apprendimento linguistico a scuola; 6) sottotitoli e i voiceover impiegati in TV e cinema; 7) grado di padronanza della lingua straniera più conosciuta.

Fra tutti i fattori esaminati l’Italia brilla solo per un dato: il 95,3% che indica la percentuale di bambini che inizia a studiare una nuova lingua dalle scuole primarie. E poi c’è una curiosità piuttosto singolare: il sito del Governo può essere consultato solo in italiano. Strano, considerando che l’Italia vanta un elevato numero di minoranze sparso per tutto il territorio nazionale e ben 47 lingue parlate da nord a sud. Per il resto tanti dialetti, localismi e regionalismi linguistici che forse diventano un fattore di resistenza al multilinguismo ma anche un forte fattore identitario. Il terreno da recuperare è tanto, soprattutto per favorire nel futuro prossimo l’inserimento delle nuove generazioni in un tessuto lavorativo sempre più integrato e multietnico.

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