Mazzocato nuovo vescovo di Udine. Le foto

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Non è stato l’atto in sè della successione fra Monsignor Pietro Brollo e Monsignor Andrea Bruno Mazzocato. Non il passaggio del pastorale, che secondo la tradizione fu donato a Sant’Ermacora direttamente da Pietro. Quello che si respira in duomo a Udine sono duemila anni di tradizione ed eccellenza.

Prima dell’arrivo di Monsignor Mazzocato il duomo appare come un enorme pachiderma che fatica a mettersi in moto. Non è il suo mestiere. Due volte all’anno forse. Pasche, Nadal. Poi basta. il solito tran tran. Sovradimensionato. Non è più quella la fede. Quando per i bambini era un orgoglio servire messa. Quando c’erano le biciclette accattastate una sull’altra fuori dal mastodonte. Poco da fare. Non è più così.







Solo che a un certo punto quando la chiesa è ormai riempita da fedeli,  da persone sfortunate che hanno trovato conforto e compagnia nella misericordia cristiana, da curiosi e da politici (in un orrido presenzialismo che rasenta il disgusto) è lì, in quel momento che il miracolo si compie di nuovo. Entrano una serie di prelati in tunica viola, l’organo canta la sua gloria i muri lasciano che il suono corra che sembri grande, immenso, generando un eco che ti immobilizza e rimpicciolisce. Lì capisci che sei di fronte a duemila anni di storia. Nessuno è durato così tanto. E’ un insieme, un crescendo sembra costruito da uno sceneggiatore di reality. Il trionfo quando Monsignor Mazzocato entra dalla porta bendicendo con la mano tutti quei fedeli che si fanno il segno della croce e poi applaudono (onda lunga della tv? standing ovation?) con un gesto che per un attimo avvilisce la sacralità del momento. Ad attendere sull’altare il vescovo tutti i preti delle diocesi friulane. Vecchi decrepiti e giovani con ancora la fede che lampeggia negli occhi, tutti lì ad accogliere il buon Mazzocato.

Il passaggio del pastorale. Il momento simbolico più forte della giornata. Il vecchio buon Pietro Brollo, un cjargnel con il cuore da agnellino, un friulano fra i friulani, come nessun politico dell’attuale avvilente panorama. Un cameo: Brollo che alla vigilia di Natale va dai disoccupati della Safilo e portar conforto e a dire loro di non mollare che lui è solidale con loro e con le loro famiglie. Anche con quelli che non credono. Bisognava esserci per capire. Con alcune mamme che piangevano. Bisognava conoscerlo un pochino Pietro per capire che era uno vero. Che si è trovato l’anno scorso a gestire una vicenda complicata come quella tragica di Eluana. E lo si vedeva Pieri che faceva fatica. Che era un momento difficile. Poi ognuno tiene le sue posizioni, nessun o pretendeva atti di coraggio. Solo che si vedeva che faceva fatica. Questo è quello che ti passa in testa quando lo vedi che sta per consegnare il pastorale. Magari bisognerebbe saperne di più. Però ognuno racconta la storia per quello che ha visto.

Tocca a Mazzocato. E’ più giovane. ha un’altra luce, più combattiva negli occhi, rispetto a quella ormai un  po’ offuscata di Pietro. L’accento non è cjargnel, è trevisano. Cugini praticamente. Strano però. Sembra un po’ strano un vescovo che non è di casa tua. Che non sappia il valore del friulano, che non è quello politicizzato e tirato per la giacchetta, ma è un modo di esprimersi, un linguaggio delle emozioni. La lingua che parli coi nonni. Non la koinè. Comunque lui non la sa. E si commuove Mazzocato. Non so. Non mi immaginavo un vescovo che piangeva. Sembra umano, troppo umano. Quasi come quando pianse Baresi. Gli dura poco. Ma è un lento e continuo spingere delle emozioni. La tradizione. E’ quella che si respira a pieni polmoni. Le 20 volte che viene tolto e messo il mitra sul capo del vescovo.  La presenza di un cardinale, il patriarca Angelo Scola. Sei in un regno. Alla nomina di un re. E’ quello a cui assiste tutta la gente. La nomina di un re. Non il re dei re, un reuccio dai. Con i feudatari al suo fianco.

Ma il momento più alto è quando l’organo canta Mozart. E’ quello il momento in cui si capisce tutto. Che per 1800 anni la Chiesa è stata tutto. Mozart, Bach, Dante, Brunelleschi, Michelangelo, Raffaello. L’arte. è passata di lì. La storia era la Chiesa. Si raccontava solo la grandezza di Dio. Tutto era per la grandezza di Dio, o forse della Chiesa. La tradizione si è tramandata nella sua gloria per 18 secoli. Poi qualcosa si è rotto. Sarà stata la rivoluzione industriale o quella francese. Sarà il viaggiare del denaro o delle idee che ha corrotto quel mondo cristallino e sempre uguale a se stesso, in nome del quale si uccideva e si salvavano vite con tutte le contraddizioni di ogni assolutismo. Oggi comunque la storia non c’è più. Come quando a scuola ti raccontavano della caduta dell’impero Romano d’Oriente. Quello era per le statistiche. L’impero Romano era caduto quando era caduta Roma.

L’omelia di insediamento di monsignor Andrea Bruno Mazzocato

Eminenza, Eccellenze, cari sacerdoti, diaconi, seminaristi, religiose/i, autorità civili e militari, carissime sorelle e fratelli laici della santa Chiesa di Udine,
eccomi tra di voi guidato dalla Volontà di Dio Padre che ho  riconosciuto con certezza nella decisione del Santo Padre di nominarmi Arcivescovo di Udine. Questa Volontà è entrata a metà luglio nella mia vita ed io mi sono affidato in obbedienza, lasciandomi condurre verso di voi.

Vi confido che l’obbedienza è stata per me, anche questa volta, un’esperienza di grande libertà del cuore, pur dentro una sofferenza umana che non faticherete a capire.

Dopo aver ricevuto la comunicazione della decisione del Papa e averla accolta, sono andato nella basilica di S. Pietro a pregare davanti all’altare di S. Pio X, trevigiano come me e che, per questo, considero mio speciale patrono.

Dentro un tumulto di pensieri e sentimenti, si è fatta strada nel cuore una serenità profonda che non veniva dalla mia intelligenza o dalla mia forza di carattere. Era una grazia. Mi sono reso conto in quel momento – e nei giorni successivi – che lo Spirito santo mi donava la grazia di partecipare all’obbedienza di Gesù, Buon Pastore il quale dice al Padre: ”Non la mia ma la tua volontà sia fatta. In obbedienza alla tua volontà offro la mia vita per le pecore che mi hai dato”. Anch’io, con Gesù, ho trovato in me la libertà di pregare: “Padre, sai tu quale sia il bene mio, della Chiesa di Treviso, che mi chiedi di lasciare, e della  Chiesa di Udine, a cui vuoi inviarmi. Metto a disposizione la mia povera persona secondo la tua volontà”.

Mentre facevo mia la preghiera di Gesù cresceva nell’animo la grazia della serenità del cuore. E posso confessarvi, anche, di aver sentito che cominciavo subito ad amarvi. Cominciavo ad amare la santa Chiesa di Udine come la mia sposa, con tutti i suoi figli che stavano diventando anche miei.

Non era un amore che nasceva dal mio cuore; era l’amore di Gesù, Buon Pastore, che entrava nel mio cuore di Vescovo. Portando questo amore di Gesù vengo oggi in mezzo a voi. Non ho niente di più prezioso da donarvi. E’ Lui che continua a guidare, in modo anche visibile, le sue pecore e amarle fino alla misura suprema, attraverso la persona del Vescovo.

Non mi sento investito di un’autorità o di un potere che mi pone sopra gli altri. Spero, piuttosto. di essere servo fedele di Gesù in modo che il suo Sacro Cuore, attraverso il mio, giunga a voi. Così ho scritto anche nel motto dello stemma: “Pro vobis in Christo ministri”, “In Cristo, ministro e servo per voi, per il vostro bene”. Così mi insegna Gesù, come abbiamo ascoltato nel Vangelo: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare La propria vita in riscatto per tutti”.

Sono certo di condividere l’amore di Gesù, Buon Pastore, con i fratelli Vescovi che mi hanno preceduto, S. E. Mons. Battisti e S. E. mons. Brollo. Permettere che rivolga a loro il mio primo pensiero. Li ringrazio perché mi hanno accolto subito con tanto affetto, proprio come un fratello minore.

Considero una grazia avere con me ben due Vescovi predecessori. Potrò godere della loro esperienza, consiglio, conforto. Ma c’è una grazia più grande: noi tre vi ricorderemo che Gesù ha guidato e continua, con inalterata fedeltà, a guidare la sua Chiesa di Udine attraverso la successione apostolica. Il pastorale, consegnato da S. Pietro al santo vescovo Ermacora, giunge oggi a me. Me lo ha passato Mons. Brollo perché io continui a guidare il gregge del Signore Gesù dentro l’ininterrotta fedeltà a Gesù Cristo e al suo Vangelo dei Patriarchi e Arcivescovi che mi hanno preceduto, fino ai carissimi Mons. Battisti e Mons. Brollo.

Condividerò l’amore appassionato di Gesù per la Chiesa con voi carissimi sacerdoti. Il Decreto “Christus Dominus” del Vaticano II invita il Vescovo a considerare i suoi sacerdoti come “figli e amici”. Con tutto il cuore spero di riuscirci e voi aprite con me un credito di fiducia sapendo che potrete cercarmi sempre, per qualsiasi motivo. Così lo Spirito Santo doni al nostro presbiterio la grazia di essere una vera comunità di fratelli unita nella fede, nella preghiera, nella stima reciproca, nel sostegno rispettoso e nella dedizione senza calcoli per la nostra Chiesa.

Con i sacerdoti il mio pensiero va a voi diaconi. Desidero avere con voi un legame vicino e diretto come è sempre stato nella tradizione della Chiesa per valorizzare al massimo il vostro ministero tra di noi. Un pensiero, poi, a voi seminaristi che con generosità giovanile vi state preparando a donare tutta la vita ai fratelli e alla Chiesa. I tanti anni dedicati al seminario di Treviso, come educatore, mi fanno sentire immediatamente vicino a voi, partecipe del vostro cammino di formazione. E cominciamo subito a pregare il Padrone delle messi perché altri giovani accolgano la chiamata di Gesù.

Voi, care religiose e religiosi, siete testimoni in mezzo a noi del profumo dell’amore di Gesù; un profumo evangelico di povertà, purezza, obbedienza. Abbiamo bisogno di voi e delle vostre comunità sia di vita contemplativa che apostolica per ricordarci in questo tempo la bellezza di seguire Cristo con radicalità.

E vengo a voi, sorelle e fratelli laici. Sto scoprendo in questo tempo su quanti laici possa contare la nostra Chiesa di Udine per animare le comunità parrocchiali grandi e piccole, per creare comunione e collaborazione nelle foranie, per offrire servizi qualificati a tutta l’Arcidiocesi. Siete una grande ricchezza che mi sta sorprendendo e che è frutto di un lungo cammino e di scelte sapienti dei miei predecessori nel Sinodo concluso nel 1988 e nelle successive e costanti indicazioni pastorali. Aspetto con gioia le occasioni per incontrarci, ascoltare le vostre esperienze, condividere la fede e l’amore per la nostra Chiesa e camminare assieme verso la santità.

La Chiesa conta su voi, cari cristiani laici, anche per portare il sale e la luce del Vangelo dentro tutta la società friulana contribuendo a farla crescere secondo i valori più belli della sua tradizione.

Sono certo che proprio questi valori illuminano coloro che in questo momenti hanno la responsabilità ultima di governare le istituzioni civili e militari, le realtà produttive ed economiche, il grande mondo della scuola, le organizzazioni sanitarie e del volontariato, i mezzi di comunicazione sociale.

Molte di queste autorità hanno voluto essere presenti a questo rito del mio ingresso. Per questo le ringrazio di cuore assicurando la piena disponibilità alla collaborazione per far crescere tra il popolo friulano il vero bene comune che si radica sul rispetto e la promozione della vita, della dignità di ogni persona, di una serena convivenza sociale che parta dell’attenzione ai più deboli di ogni tipo e provenienza, del benessere non solo materiale ma culturale e spirituale, della migliore formazione dei nostri bambini e giovani, della centralità della famiglia.

Leggendo in questi giorni un po’ di storia del Friuli, sono stato colpito dalla nobiltà del nostro passato e, insieme, dalla tante prove e sofferenze che hanno segnato la popolazione e la Chiesa; l’ultima, il disastroso terremoto del 1976, è nella viva memoria di tutti.

La fede è stata il filo conduttore che ha guidato il popolo friulano e la forza che lo ha risollevato anche dalle macerie. La fede in Gesù Signore è stata seminata, secondo la tradizione, dall’evangelista Marco ed ha generato la Chiesa attorno al vescovo Ermacora e ai suoi successori; ha generato il patriarcato di Aquileia con tutta la grande ricchezza e nobiltà della sua tradizione. L’opera della Chiesa, fecondata dalla fede, ha forgiato anche l’identità, l’unità, la cultura della patria friulana.

Oggi questa fiaccola della fede, che viene da Pietro, Marco, Ermacora e Fortunato, viene messa nelle mie mani perché la tenga alta e la diffonda.
Chiedo a tutti di unire le mani e i cuori per tenere, assieme, alta la fiaccola della fede che ci viene consegnata dai nostri antenati, che ora sono nella Comunione dei Santi.

Come ci invitava a fare la seconda lettura, “manteniamo ferma la nostra professione di fede” e non perderemo mai la speranza. Noi, infatti, poniamo la nostra fiducia in Gesù, il Sommo Sacerdote che conosce la nostre debolezze e sofferenze perché le ha patite per noi e come noi; ed è vivente in mezzo a noi, non ci abbandona e ci dona la sua grazia al momento opportuno.

Ma per mantenere viva la fede e la speranza dei nostri antenati non basta che uniamo mani e cuori; è necessario, anche, che pieghiamo insieme le ginocchia in preghiera perché la fede e la speranza sono un dono dello Spirito del Signore.

Confido nella preghiera di tanti nostri anziani e sofferenti che sono una preziosissima risorsa spirituale e che in questo momento, magari, ci stanno seguendo attraverso la radio e la televisione.

Staremo in preghiera affidati all’intercessione di Maria, la Madre tanto venerata in questa terra, ai santi patroni Ermacora e Fortunato e a tutti i santi della nostra Chiesa.

Cjars sûrs e fradis, us doi il cûr che mê mari mi à dât e che il Signôr al à formât. O soi sigûr di cjatâ vierts ancje i vuestris cûrs par cognossisi, volêsi ben e sostignîsi tant che nus insegne il Vanzeli di Jesù (Care sorelle e fratelli, dono a voi il cuore che mia mamma mi ha donato e il Signore ha formato. Sono sicuro di trovare aperti anche i vostri cuori per conoscerci, amarci e sostenerci come ci insegna il Vangelo di Gesù).

Ich grüße Alle, im Namen des Herrn, auch in deutscher Sprache (Saluto tutti nel Signore anche in lingua tedesca).

Prosim, po slovensko, božiji žegan (Invoco, in sloveno, la benedizione di Dio).
Mandi a duç Mandi a ducj (Mandi a tutti). E così sia.



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