cinema venezia

Scorrono in fretta i primi giorni festivalieri. Passano i primi divi sul red carpet (una raggiante Natalie Portman per la presentazione di Black Swan, Jessica Alba per Machete e Toni Servillo per Gorbaciof), passano le standing ovation (il vero e proprio delirio che ha accolto in sala Robert Rodriguez – sempre di Machete si parla – e il suo attore feticcio Danny Trejo) e passano pure le polemiche per un’organizzazione insolitamente mal rodata sulla gestione della vendita dei biglietti.

Resta invece (almeno per il sottoscritto) il piacere di vedere un presidente di giuria così presente e “parte integrante” dell’evento. Quentin Tarantino vive il Festival e si rende egli stesso evento, nel vero senso della parola: lo si incrocia mentre cammina per il Lido (magari in compagnia di Gabriele Salvatores o Carlo Verdone), eternamente sorridente e disponibile per autografi, foto e strette di mano; lo si incontra tra il pubblico in sala, mentre visiona – primus inter pares – uno dei film che poi dovrà giudicare. Nei suoi improbabili cappelli, nelle sue felpe sgargianti, reale ed extralarge: il presidente che ogni Festival vorrebbe.

E mentre tutto intorno scorre, la Mostra delle proizioni, dei film e delle varie categorie ha avuto inizio. Questa ne è la cronaca, secondo il mio personalissimo tabellino.

– MACHETE (di Robert Rodriguez & Ethan Maniquis, Usa), FUORI CONCORSO

Il cinema di Robert Rodriguez è (da sempre) come un saporito piatto tex-mex: speziato, piccante, per stomaci forti. A questa regola non poteva di certo sfuggire Machete, nato da un finto trailer (cult immediato) in apertura del film Planet Terror dello stesso Rodriguez. Machete, “l’uomo che piace alle donne”, ha un passato da poliziotto e un presente da reietto emarginato e disoccupato, dopo la sanguinosa morte della sua famiglia. Non cerca guai, almeno fino alla ricomparsa dei suoi arci-nemici, coloro che gli rovinarono la vita. E vendetta fu. Estremo ed esagerato, sgangherato ed iper-saturo in ogni sua sfumatura, il lungometraggio di Rodriguez è una botta di adrenalina continua, un sincero divertissement d’autore che scherza col cinema e i suoi clichè e che ci scherza chiedendoci al contempo una continua complicità. Ecco la (vincente) comunanza d’intenti col sodale Tarantino: il divertimento personale, prima di tutto; la passione colta e cinefila di chi ha capito che non ci si deve mai troppo prendere sul serio.

Voto: ooo ½ (su 5)

– LA PECORA NERA (di Ascanio Celestini Italia), IN CONCORSO

L’esordio dietro la macchina da presa di Celestini (applauditissimo dal pubblico alla proiezione ufficiale) è un film delicato e imperfetto, impreciso nella forma e, a ben guardare, solo abbozzato nei contenuti. Una storia sui manicomi e sull’handicap mentale, che in quanto “storia” non segue una (ovvia) rotta documentaristica avventurandosi invece nei territori dell’elegia immaginifica. Ci sono sprazzi di poesia (ad esempio la scena finale, da pelle d’oca) nel lavoro di Celestini, e una preziosa leggerezza di tocco; elementi che camuffano i comprensibili vuoti e le mancanze di una “prima volta”. Più che avere a che fare con la malattia, La Pecora Nera ha a che fare con una visione personale del regista a proposito della malattia. Non un punto di vista oggettivo dunque, ma cosa potrebbe significare per lui. Una scelta che si può apprezzare o respingere; ma destinata a lasciare una traccia, dolce e malinconica, nell’animo di chi guarda.

Voto: ooo ½

– NORWEGIAN WOOD (di Tran Anh Hung, Giappone), IN CONCORSO

Amore fa rima con dolore. E fin qui c’eravamo arrivati tutti. Se bastasse questo, Norwegian Wood (tratto dal romanzo di Haruki Murakami) sarebbe un capolavoro. E invece è un disastro, un melò adolescenziale che inanella tutti gli stereotipi possibili del cinema strappalacrime nipponico. Un involucro stupendo che – una volta scartato – dovrebbe narrarci di Watanabe e Naoko, giovani amanti nella Tokyo degli anni ’60, e della loro storia d’amore, insediata dal ricordo della morte di un comune amico. I traumi, i turgori e i disagi teen nella messinscena del regista Tran (peraltro già Leone d’Oro con Cyclo) sono morbosa estetica, atmosfera rarefatta, calligrafia digitale. Il risultato è un film che si rimira di continuo allo specchio, inibendo qualunque tipo di coinvolgimento – emotivo, ma anche semplicemente narrativo – e che anzi rischia il comico involontario per i suoi ripetitivi riferimenti al sesso e alla sessualità negata dei protagonisti. Mettiamoci una pietra (tombale) sopra.

Voto: o

– GORBACIOF (di Stefano Incerti, Italia), FUORI CONCORSO

Le Conseguenze dell’Amore, atto secondo. Gorbaciof (soprannome dovuto ad una vistosa macchia sulla fronte) è un contabile del carcere di Poggioreale. Non parla, se non quando lo ritiene strettamante necessario. Ascolta tutto il giorno il rumore del fruscio dei soldi, che conta, chiude in cassaforte, intasca. Ama il gioco d’azzardo, e la sua vita procede immobile tra partite di poker, slot machine e puntate ai cavalli. Fino al punto di rottura, all’innamoramento per la cameriera di un ristorante cinese. Gorbaciof la coccola e progetta con lei la fuga, esponendosi ad un rischio mortale.

Ogni film CON Toni Servillo finisce inevitabilmente per essere un film DI Toni Servillo; la sua presenza nobilita ogni regia. Grazie a lui Gorbaciof sarebbe un ottimo film dalla trama decisamente acattivante, se solo fosse originale. E non aiuta neanche lo sbrigativo e improbabile finale, che lascia una sensazione di non chiuso, di tronco. Gorbaciof vorrebbe, ma non può.

Voto: oo ½

– SOMEWHERE (di Sofia Coppola, Usa), IN CONCORSO

Nella momentanea mancanza d’altro, i bookmakers/giornalisti/media hanno già iniziato a incensare il quarto lungometraggio della Coppola, inserendolo nella lista dei probabili vincitori del festival. Il tocco e la capacità di fare cinema che hanno reso famosa la regista di Lost in Translation ci sono tutte. Ma la storia? Da qualche parte a L.A. c’è un celebre attore all’apice del successo professionale, ma allo sbando nella vita privata. Incontra la figlia 11enne e se la porta appresso nei suoi spostamenti, gioca ai videogame col suo migliore amico, e passa le serate addormentandosi davanti a spettacoli di lap dance. Tutto ciò che lo circonda sembra alieno, assurdo e grottesco (compresa la trasferta ai Telegatti nostrani, che ci inchioda nella nostra mediocrità). Fine. Troppo semplice per essere vero. Al punto da far necessariamente pensare ad una profondità Altra rispetto al visibile, a ciò che semplicemente vediamo sullo schermo. Oppure ad una clamorosa stecca della regista.

Voto: oo


a cura di Filippo Zoratti

Foto: Piero Govoni

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