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MY ORDINARY LOVE STORY: venerdì 24 Aprile ore 22.30 al Far East Film Festival

my ordinary love story
Park Eun-jin (Kang Ye-won, Quick, Ghost Sweepers) è una chiacchierona di trent’anni che ha al suo attivo un’incredibile lista di storie sentimentali. Spensierata e avventurosa, è anche un’irresponsabile incosciente che respinge i timidi e i cauti, più interessata ai sogni romantici del genere “l’amore sconfigge i dettagli minori come il fatto che il mio amante sia sposato”. Dopo una rottura spettacolare con un collega di lavoro, che il regista Lee Kwon (Attack on the Pin-Up Boys, 2007) rende in uno stile espressionista talmente eccentrico da lasciare sconcertati, Eun-jin si ritrova a condividere una corsa in taxi con Kim Hyeon-seok (Song Sae-Byeok, Mother, A Girl at My Door), un giovanotto imbranato e piuttosto nerd.

Contro ogni aspettativa, i due iniziano a frequentarsi e alla fine decidono di convolare a nozze. Una notte, però, Eun-jin trova un sms sospetto arrivato sullo smartphone del fidanzato. Infuriata, chiede aiuto all’amica poliziotta So-young (Park Greena) e al suo fratello scemo, ex marine, Eun-gyul (Kim Hyun-jun) per arrivare in fondo a quello che lei sospetta essere una relazione clandestina di Hyeon-seok. Ciò che scopre, però, è tutt’altro.
 è una pellicola decisamente improbabile. È anche molto coreana, nel senso che pochi cineasti di altri paesi si avventurerebbero in questo brutale scambio di identità di genere che lo scrittore Han Sang-un e il regista e adattatore Lee Kwon effettuano esattamente a metà della storia. La loro strategia di cambiamento radicale di genere riesce solo al 60%, e il risultato finale è più stupefacente che soddisfacente, ma bisogna riconoscere loro il merito di aver almeno tentato qualcosa di completamente diverso.
La prima metà del film segue lo schema stabilito da My Sassy Girl (2001). Kang Ye-won si comporta da pazza, ubriaca, pazza/ubriaca, e a volte sbatte le ciglia in maniera carina, per ricordare al pubblico di sesso maschile che “non preoccupatevi, io sono tutta romanticismo malgrado la mia fuorviante scorza da dura”. Song Sae-byeok risulta un po’ più sfumato (cosa non sorprendente, dati i segreti che verranno rivelati nella seconda metà del film), ma fa anche il carino, con le sue smorfie e la sua collaudata teatralità vocale. I dialoghi a volte sembrano una valanga di cliché della commedia romantica, ma è chiaramente un effetto voluto.
Kang e Song non sono particolarmente convincenti come coppia di innamorati. Forse anche questo era voluto e, come commedia sulle personalità male assortite, la prima metà del film funziona anche benino. Ma c’è ben poco della crescita palpabile di sentimenti romantici che, ad esempio, si vede tra Lee Min-jeong e Daniel Choi, personaggi egualmente male assortiti, in Cyrano Agency (2010) di Kim Hyeon-seok. Ho trovato più divertenti le reazioni di Park Greena e Kim Hyun-jun alle buffonate di Kang: sono personaggi concepiti come buffi fessacchiotti ma sembrano più a loro agio nei loro ruoli che i protagonisti.
Come già accennato, la seconda metà del film va sul pesante, con Song Sae-byeok che tenta di consegnarci un’interpretazione credibile pur trovandosi impastoiato in una storia precedente estremamente melodrammatica, che sembra mutuata da un altro film (tuttavia è raccontata con stile attraverso un montaggio di animazione deliberatamente grossolana, che sembra scarabocchiata). È un’attestazione delle abilità interpretative di Song e della temerarietà del regista se il film non va semplicemente a pezzi a questo punto.
Penso che quello che (ironicamente) Lee Kwon volesse dire è che solo una situazione estrema come quella descritta nella seconda metà della storia è in grado di portare i personaggi di Kang e Song a comunicare in modo onesto. O, forse, si tratta solo di una celebrazione del cliché romantico dell’“amore predestinato”.
Di qualunque cosa si tratti, My Ordinary Love Story probabilmente attirerà un pubblico con aspettative perverse e il gusto dell’inconsueto, e risulterà deludente per quelli che cercano una commedia romantica più generica, per non dire “banale”.
Kyu Hyun Kim
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