Omobitransfobia in FVG ai tempi del Coronavirus

Il confinamento aumenta le richieste di aiuto da persone LGBTI+ vittime di violenza all’interno dei nuclei familiari 

L’omobitransfobia non è in quarantena. Nelle ultime settimane lo sportello ascolto/chat amica LGBTI+ FVG, il servizio di ascolto e supporto anonimo operato da Arcigay Friuli dal 1990, ha registrato un preoccupante incremento delle richieste di aiuto da parte di persone LGBTI+ vittime di violenze all’interno dei nuclei familiari, fenomeno che già prima della quarantena veniva segnalato dagli utenti come uno dei contesti principali di violenza verso le persone LGBTI+ in Regione, assieme a quello del bullismo omobitransfobico a scuola, che si è visto aggravato dal confinamento. 

Mentre nel 2019 il servizio ha registrato un totale di 52 richieste di ascolto e supporto in 12 mesi, il numero registrato soltanto nei mesi di 2020 (da gennaio ad aprile) si eleva a 27, delle quali 21 registrate soltanto nei mesi di quarantena (marzo/aprile) e 19 che corrispondono a richieste di aiuto di persone in situazioni di violenza intrafamiliare.

È stata inoltre registrata un’aggressione verbale e fisica transfobica a una donna trans a Pordenone uscita a passeggiare il cane.

Sono tante le persone LGBTI+ giovani nel nostro territorio che convivono ancora con genitori che non accettano il suo orientamento sessuale e/o la sua identità di genere e molti di loro sono vittime di diverse forme di violenza. 

Come funziona la violenza intrafamiliare omobitransfobica

In questi 30 anni di servizio di attività dello sportello ascolto abbiamo riscontrato centinaia di casi di violenza intrafamiliare omobitransfobica, essendo  le famiglie il primo scenario di relazione delle persone con l’esterno. 

In determinati contesti familiari, quando le persone LGBTI+ cominciano a scoprirsi e mostrarsi e/o i genitori percepiscono un’identità sessuale fuori della norma cis-etero,  abbiamo riscontrato che si esercitano una serie di azioni gerarchiche e regolamentari da parte dei genitori portate alla “normalizzazione” di figlie e figli. Queste azioni e misure hanno come obiettivo base eliminare, reprimere, cambiare e modificare quella “differenza” che scomoda attraverso la repressione e il modellamento di condotte. Le azioni e misure si materializzano in molteplici forme.

L’utilizzo del linguaggio in maniera persuasiva è la forma più comune per inibire i sentimenti della persona LGBTI+.

“Sei una bambina, il blu è per i bambini”, “Meglio un figlio ladro che un figlio omosessuale”, “I trans fanno schifo”, “Se avesse una figlia lesbica mi ucciderei”, “Non fare il frocio, smettila da piangere”, sono le frasi più ricorrenti. 

Quando la persuasione è insufficiente, questo linguaggio diventa più coercitivo, minimizzando la persona con insulti e nominando negativamente quello che l’altro o l’altra sta facendo e che è percepito dal genitore come rimproverabile e considerato abominevole.

A questo utilizzo del linguaggio si accompagnano spesso altre azioni come la denegazione o mancanza di riconoscimento dell’altro, sia verbalmente, sia fisicamente attraverso la scelta di ignorare volontariamente la persona, l’utilizzo del silenzio per manifestare scontenti e/o  rendere invisibile ciò che non piace, la manipolazione o atti pensati strategicamente per esercitare una pressione emotiva sulla persona forzandola a modificare la sua condotta e, infine, la minaccia della punizione.  

Le punizioni

La principale materializzazione delle punizioni che riscontriamo sono le proibizioni e restrizioni attuate come barriere di controllo che attaccano direttamente i gusti e le preferenze della persona LGBTI+ quando comincia a esprimere la sua sensibilità. Altre volte, specialmente nell’adolescenza, le proibizioni toccano anche la sfera delle amicizie, e le persone LGBTI+ si vedono obbligate a rinunciare alle amicizie per pressioni e controlli mirati a evitare che frequentino persone che possano incidere nelle sue condotte. In questo contesto abbiamo riscontrato, negli ultimi anni un particolare, controllo diretto dei cellulari da parti dei genitori (controllo delle conversazioni e messaggi, rubrica, app scaricate e ricerche sul web, così come controllo fisico e confisca del dispositivo evitando così il contatto con l’esterno). 

Questo tipo di controllo viene spesso accompagnato da ritenzioni di supporti economici (nella misura in cui la persona dipende economicamente dei genitori) e affettivi (smetto di parlarti e non ti voglio più bene) arrivando anche alla limitazione della libera mobilità della persona come forme di pressione.  

Violenza fisica

Le punizioni si materializzano anche attraverso la violenza fisica, forse il tipo di violenza più visibile e identificabile, che può manifestarsi in molteplici forme dallo schiaffo al pestaggio, dal tentativo di omicidio alla la violenza sessuale con fini correttivi, dall’induzione al suicidio alla tortura (sorprendentemente quest’ultima è una delle forme più riscontrate specialmente nella forma di terapie riparative ed esorcismi).  

Difficoltà a denunciare

Tante persone LGBTI+ arrivano ad accettare e permettere queste circostanze di violenza con la paura che le conseguenze siano peggiori alla situazione di partenza. Basandoci nella nostra esperienza possiamo identificare diversi fattori che incidono nella non denuncia di questi casi di violenza intrafamiliare: la paura di mettere ancora più in pericolo la propria integrità fisica, la paura di essere sbattuti fuori casa, la persuasione che altri membri della famiglia denunciano responsabilizzando la vittima delle possibili conseguenze per il nucleo familiare, la paura diessere rinnegati dal resto della famiglia, la mancanza di autostima derivata da questa situazione di maltrattamento e di conseguenza di coraggio ad intraprendere la via legale, l’ignoranza degli strumenti e le vie per sporgere la denuncia, la paura di non essere credute o essere derisi e che i vissuti vengano minimizzati da parte dei funzionari pubblici e la dipendenza economica.

Cosa possiamo fare?

Quando affrontiamo questo tipo di casi riscontriamo sempre la stessa problematica: dove possono andare le persone LGBTI+ vittime di violenza intrafamiliare in situazione di necessità se decidono denunciare e/o scappare di questa situazione e avere garantita la sua sicurezza? 

Negli anni passati abbiamo trovato, in situazioni in cui l’emergenza lo richiedeva, sistemazioni temporanee nelle case dei volontari, ma l’esperienza ci ha insegnato che questa ovviamente non è una soluzione a lungo termine.

Casa rifugio per persone LGBTI+

Questa situazione di confinamento, con l’incremento di richieste d’aiuto e l’isolamento forzato, ne è la prova. Perciò non possiamo altro che cogliere l’occasione per ribadire pubblicamente la necessità di una casa-rifugio in Regione per persone LGBTI+ che provengono da contesti di violenza e/o discriminazione e si ritrovano in condizioni di difficoltà. Una progetto di casa-rifugio che permetta attivare, proprio a partire da un bisogno primario e fondamentale come la casa, percorsi di reinserimento sociale, seguendo altri progetti simili avviati in altre regioni, purtroppo lontane al nostro territorio, come Piemonte, Lazio e Campania. 

Spazio di ascolto in Fvg

Lanciato questo appello, vogliamo ricordare che al fine di combattere il senso di solitudine e offrire supporto, in particolare modo a chi vive delle situazioni di fragilità, Arcigay Friuli, per tutto il periodo dell’emergenza Covid-19, ha attivato il servizio straordinario “chat e telefono amico SMART”, uno spazio d’ascolto telematico anonimo e neutrale dove le persone LGBTI+ avranno la possibilità di parlare di sé e delle proprie difficoltà. 

Per accedere al servizio scrivi una mail a [email protected] chiedendo la possibilità di un colloquio con gli operatori e le operatrici specificando la modalità con cui preferiresti che esso avvenga (videochiamata, chiamata, chat) e le tue disponibilità (giornate ed orari). Nella mail di risposta saranno definite la giornata e l’ora del colloquio e fornito il link hangout a cui connettersi.

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