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Piani Individuali di Risparmio, dubbi e certezze dopo un 2017 da sogno

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Se guardiamo al 2017 appena concluso, non si può considerare l’anno dei PIR. I Piani Individuali di risparmio hanno catalizzato l’attenzione dei risparmiatori, ma anche della critica. È comunque complesso dare un giudizio complessivo in positivo o in negativo di questo strumento finanziario, su cui è intervenuto anche lo Stato con una serie di agevolazioni fiscali ma che continua a porre numerosi interrogativi relativi ai rischi e agli effettivi profitti. Tra pro e contro, chi ha intenzione di sottoscrivere questo piano per trarre profitto dai propri risparmi dovrà prestare molta attenzione per non rischiare di trovarsi dopo qualche mese a fare i conti con un investimento sbagliato.

Il primo dato in grado di attirare le attenzioni degli acquirenti è senza dubbio quello relativo alle performance dei PIR nel 2017, numeri che sono stati molto interessanti. Gli ultimi 12 mesi i Piani Individuali di Risparmio hanno raccolto oltre 7,5 miliardi di euro che sono stati investiti in titoli e obbligazioni “made in Italy”, ma a questo si contrappone anche il concetto di “rischio Italia”. La concentrazione per un periodo di tempo abbastanza importante di una cospicua parte di investimento su un unico asset di tipo geografico, in questo caso quello italiano, moltiplicherebbe i rischi in maniera sostanziale. In caso di perdita o di performance negativa, i PIR impongono di non disinvestire per evitare di perdere i vantaggi di tipo fiscale proposti dal Governo. Questa mancanza di diversificazione corrisponde ad un discreto rischio per l’investitore, che deve valutare attentamente questo aspetto nel caso in cui la borsa nazionale non renda secondo le aspettative. Altro aspetto delicato riguarda la voce di costi e commissioni. Ai PIR sono infatti legate spese di gestione abbastanza elevate, che spesso vanno ad intaccare il vero vantaggio sotteso a questo strumento finanziario, ossia il beneficio fiscale proposto dal legislatore. È pur vero che alcuni player propongono costi e commissioni più umane, ma molto dipende dall’attenzione dell’acquirente, che in fase di ricerca deve essere molto attento a leggere ogni dettaglio.

Dal punto di vista dell’educazione finanziaria, quindi, l’investitore deve prestare molta attenzione a clausole e cavilli, ma uno studio recente dimostra che il grado di conoscenza degli italiani in materia finanziaria è tra i più bassi al mondo. Per questo motivo spesso anche in fase di valutazione è sempre in auge la figura del consulente, che in realtà dovrebbe consigliare al meglio ma spesso fa l’interesse solo delle sue tasche per accaparrarsi commissioni più interessanti. Altro punto interrogativo riguarda gli effetti sull’economia reale. I Piani Individuali di Risparmio sono stati promossi come strumento per rilanciare le PMI, ma in realtà a fronte di una domanda molto importante, la risposta delle realtà aziendali in fase di crescita non è così importante, in quanto manca l’elemento fondamentale della fiducia.

L’altro grande punto interrogativo riguarda la fattibilità d’investimento: mancando l’autonomia di scelta, nonostante alcuni intermediari abbiano proposto PIR con una gestione maggiormente personalizzata, il risparmiatore è pressoché costretto a legare a filo doppio il proprio investimento alle società di gestione, con i rischi che ne conseguono. Tra indicazioni e dati positivi e punti interrogativi legati ai costi, la valutazione resta in bilico, ma resta il dato di fatto di una raccolta che nel 2017 ha fatto faville e che potrebbe ripetersi anche nel 2018.

 

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