Bearzi

Salvatore Rossi: Costruire il domani dell’economia italiana

19 Salvatore Rossi
Costruire il domani dell’economia italiana
Intervento del Direttore Generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi

Nell’ultimo quarto di secolo l’economia italiana ha subito tre recessioni.
Una prima, nel 1992-1993, fu conseguenza dell’ultima grande crisi valutaria della lira. Duro? un anno e mezzo, ridusse il PIL solo di un punto e mezzo ma costo? oltre 1 milione di posti di lavoro, successivamente recuperati.
Le altre due recessioni sono molto piu? recenti e si sono succedute con un breve intervallo, al punto da potersi considerare un’unica lunga fase di arretramento. A innescarla e? stata la grande crisi finanziaria globale, nel 2007-2008. A rinnovarla, nel 2010-2011, e? stata la crisi dei debiti sovrani in Europa. Nell’arco degli ultimi sette anni sono stati persi in Italia oltre 9 punti di PIL e un milione di posti di lavoro.
Fra il 1994, primo anno di ripresa dopo il piu? lontano episodio recessivo, e il 2007, ultimo anno precedente il buio tunnel che giunge fino ai giorni nostri, e? successo qualcosa di fondamentale intorno alla nostra economia: e? cambiata la tecnologia dominante nel mondo, facendo accelerare la globalizzazione dei mercati1; e? stato creato l’euro. Il sistema produttivo italiano, complessivamente inteso, ha reagito alla combinazione di questi eventi epocali con lentezza2. Non ha saputo trarre profitto, se non in parte e tardivamente, dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per accrescere l’efficienza, come hanno fatto altri sistemi nazionali3; non ha subito compreso che l’assuefazione alle continue svalutazioni della lira, dai guadagni competitivi temporanei ma dalle conseguenze inflazionistiche durature, doveva venir meno e che occorreva rafforzare strutturalmente la capacita? competitiva. Non poteva in realta? fare ne? l’una ne? l’altra cosa perche? ereditava dal passato una morfologia inadatta. Tornero? su questo fra poco.
1 Bugamelli, Fabiani, Sette (2015). 2 Banca d’Italia (2009).
3 Cfr. Rossi (2003).
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I danni inferti alla nostra economia dalla doppia recessione degli ultimi anni sono stati maggiori di quelli subiti da altre. Per limitare il confronto agli altri tre grandi paesi dell’area dell’euro, oggi in Germania il livello della produzione nazionale e? piu? alto di 5 punti rispetto a quello del 2007, in Francia di 2; in Spagna e? piu? basso di 5, in Italia, come detto, di 9. Spiega i divari il fatto che l’Italia e? entrata nel tunnel recessivo con un tessuto economico-sociale indebolito dalle inerzie degli anni precedenti.
Questo e? il problema di fondo. Tuttavia, anche solo per intravedere soluzioni a quel problema occorre prima uscire dal tunnel. In altri termini, primum vivere, deinde philosophari.
1.Primum vivere, deinde philosophari
L’imperativo categorico per l’oggi e? uscire dalla recessione. Lo stiamo facendo, con incertezze e timidezze su cui occorre agire.
Il primo trimestre del 2015 dovrebbe far segnare, dopo tre anni e mezzo di caduta pressoche? ininterrotta, un piccolo aumento del PIL. Lo suggeriscono gli indicatori di breve periodo di cui disponiamo. Secondo le proiezioni della generalita? dei centri di analisi, inclusa la Banca d’Italia4, si tratterebbe del primo di una serie di rialzi trimestrali che proseguirebbero fino a tutto l’anno prossimo. Rialzi piccoli quanto il primo, pero?; dunque tali solo da far ricuperare in due anni il terreno perduto dalla fine del 2012, non anche quello, ben piu? esteso, perso nei cinque anni precedenti.
Questo scenario di troppo lenta risalita si ottiene da modelli che, per costruzione, non tengono conto, o la fanno con difficolta?, di fattori sfuggenti e difficilmente misurabili come la fiducia nel futuro. Quella fiducia che ha giocato e sta giocando, in Italia piu? ancora che nel resto del mondo, un ruolo centrale nell’orientare il comportamento degli agenti economici, consumatori e imprese. Agenti, peraltro, che e? sempre meno sensato considerare omogenei: essi tendono a dividersi in gruppi dal comportamento differenziato, quando non opposto, complicando oltremodo il compito di chi disegna scenari macroeconomici.
Illustro brevemente questo punto distinguendo il caso degli investitori da quello dei consumatori.
La variabile cruciale in questo frangente dell’economia italiana e? l’accumulazione di capitale fisico nelle imprese: capannoni, macchine, uffici, computer, software. Gli investimenti sono la componente della domanda aggregata piu? reattiva alle vicende del ciclo economico; e? da loro che ci attendiamo oggi l’effetto volano che rimetta in moto l’economia. Ebbene, si puo? stimare come la caduta degli investimenti fissi lordi osservata nell’ultima recessione, 28 per cento in complesso, sia spiegabile solo per meta? con le ordinarie determinanti macro: ciclo internazionale, tassi d’interesse, politica di bilancio; l’altra meta? e? spiegabile da una restrizione creditizia selettiva, dall’incertezza sulle prospettive della domanda, dalla sfiducia5. Tutte condizioni variabili da impresa a impresa.

Il sistema produttivo italiano, considerando insieme l’industria e i servizi di mercato non finanziari, e? ormai fortemente polarizzato. La discriminante e? la dimensione6.
Se scegliamo, del tutto convenzionalmente, i 50 addetti come linea di confine fra le imprese piccole e quelle medio-grandi, le 25.000 aziende sopra quella linea producono quasi meta? del valore aggiunto totale dei settori considerati (330 miliardi su 690, dati del 2012) e impiegano quasi meta? dei lavoratori dipendenti (oltre 5 milioni su un totale di 11). I 4,3 milioni di aziende piccole si dividono il resto, ma vi lavorano anche, in aggiunta ai “dipendenti”, 4 milioni di autonomi, gli stessi titolari delle aziende. Il valore aggiunto per addetto – ovvero la produttivita? – e? molto piu? basso nelle piccole imprese; anche il costo del lavoro e? piu? basso, ma il divario e? notevolmente piu? contenuto, sicche? le piccole imprese sono generalmente meno competitive delle medio-grandi. Non a caso, quasi tutte le esportazioni di manufatti originano dalle imprese medio-grandi. Queste ultime sono anche meno condizionate dalla restrizione creditizia: si autofinanziano; se desiderano fondi aggiuntivi possono ricorrere direttamente al mercato finanziario, e lo hanno fatto; in alcuni casi sono le banche a bussare alle loro porte per offrire credito, ricevendone a volte rifiuti. Viceversa, a molte piccole imprese, a cui e? ovviamente precluso il canale obbligazionario, il credito bancario, da loro chiesto con insistenza, viene oggi negato, per il timore delle banche di gonfiare uno stock di crediti deteriorati gia? alto.
Il parametro dimensionale e? anche centrale nel determinare le decisioni di investimento. Le imprese grandi e grandissime hanno continuato ad accrescere lo stock di capitale anche in questi anni di recessione, sono molte di quelle piccole ad avere smesso di investire, se non per le sostituzioni “di sopravvivenza”. Ma anche molte medie imprese esportatrici, profittevoli e liquide, hanno sospeso i piani di investimento, in attesa di vederci piu? chiaro sull’evoluzione internazionale e, soprattutto, su quella interna. Dalle decisioni che esse prenderanno in queste settimane, in questi mesi, dipendera? l’intensita? della ripresa. Se le loro decisioni saranno positive e ne discendera? un aumento pur modesto dell’occupazione la scintilla di una ritrovata fiducia si trasmettera? anche alle famiglie consumatrici. Se saranno negative, potrebbero essere il preludio di una fuga dall’Italia di molta buona capacita? produttiva.
Anche i consumatori e i loro comportamenti si sono differenziati in questi anni. Guardiamo per un momento ai dati aggregati. Nel confronto fra le tre recessioni occorse dagli anni Novanta, una differenza balza all’occhio7: nell’ultima, le famiglie italiane considerate nel loro insieme, poste di fronte a una riduzione del loro reddito disponibile, non hanno dato luogo a quel tipico fenomeno noto come consumption smoothing, ovverosia non hanno, come ci si attendeva, tentato di mantenere almeno in parte il tenore di vita riducendo, si?, il consumo, ma meno di quanto stesse diminuendo il reddito disponibile; invece, lo hanno ridotto addirittura di piu?, aumentando per converso il risparmio. Un tale comportamento, che i modelli econometrici non potevano cogliere8, si giustifica solo se la contrazione del reddito viene giudicata non temporanea, come in ogni fase negativa del ciclo economico, ma permanente; anzi, in aggravamento permanente.
Ma davvero tutte le famiglie italiane hanno fatto questo ragionamento? Per trovare una risposta occorrono dati sui comportamenti delle singole famiglie. I migliori che abbiamo sono quelli dell’Indagine sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane, che viene condotta da molti anni dalla Banca d’Italia. Analizzandoli9 si osserva come a stringere la cinghia siano state soprattutto le famiglie piu? giovani: sui lavoratori dipendenti ha giocato la diffusa precarieta? dei rapporti di lavoro; su quelli autonomi, in specie se titolari di piccole e piccolissime aziende, la necessita? di sovvenire col proprio reddito ai problemi dell’azienda.

L’equazione del consumo nel modello econometrico della Banca d’Italia riesce a spiegare meno della meta? degli andamenti effettivi con le usuali determinanti in esso considerate. Il resto e? segnalato come “errore”.

I consumi aggregati hanno comunque smesso di cadere a meta? del 2013. Una tendenza all’aumento non si e? ancora consolidata, e? evidente che i consumatori sono ancora cauti e aspettano di vedere qualche schiarita sul mercato del lavoro e una stabilizzazione dei loro redditi prima di tornare a spendere di piu?. Ma se torna la fiducia il rimbalzo dei consumi puo? essere maggiore di quello del reddito disponibile.
2.Futuri possibili per le economie avanzate
Solleviamo ora lo sguardo dagli andamenti congiunturali e ripercorriamo, sia pure per accenni, il dibattito corrente sulle prospettive di medio-lungo termine dei paesi avanzati. Ci servira? a inquadrare il caso italiano, di breve e di lungo periodo, in un contesto piu? ampio.
Uno scenario pessimistico di cui si discute da qualche tempo e? noto come “ristagno secolare”. Lo menziono per la suggestione che sta esercitando su molti osservatori, oggi soprattutto con riferimento all’Europa. L’ipotesi venne avanzata oltre un anno fa dall’economista americano Lawrence Summers10 per gli Stati Uniti. Egli la spiega oggi in termini di trade-off negli anni a venire tra crescita economica e stabilita? finanziaria11.
Il punto debole di questa ipotesi e? la natura esclusivamente macro del ragionamento, tutto dal lato della domanda. Sappiamo in realta? che l’innovazione tecnologica fa nascere la domanda di prodotti prima inesistenti; a parita? di investimenti richiede, come sostiene Summers, meno risorse finanziarie, ma l’ipotesi di parita? e? fallace, l’innovazione fa aumentare anche gli investimenti perche? rende i nuovi beni capitali meno cari e accessibili a una platea molto piu? vasta di potenziali imprenditori12. Sappiamo inoltre che il formarsi di nuove bolle finanziarie puo? essere prevenuto da appositi strumenti di vigilanza macroprudenziale.
Lo spettro di un ristagno secolare non puo? naturalmente essere scacciato del tutto, ma e? certo da ridimensionare. Quali altri scenari possiamo disegnare? L’approccio piu? interessante rimane quello che guarda alle imprese, all’offerta produttiva. E? nelle imprese che si genera lo sviluppo economico, che si produce il reddito e il benessere poi distribuito a tutta la nazione attraverso imposte, profitti, stipendi, salari. E? nelle imprese che si creano i prodotti nuovi, o rinnovati, che alimentano la domanda dei consumatori e degli stessi investitori, mostrando loro bisogni, desideri, opportunita?, che prima non vedevano.
L’innovazione incessante e? il tratto distintivo del tempo moderno. Un secolo fa accadeva sovente a chi produceva o commerciava di trascorrere una intera esistenza trattando sempre lo stesso bene o servizio, con immutate caratteristiche, che i clienti domandavano in misura maggiore o minore solo a seconda delle alterne vicende della loro condizione economica. Oggi un bene o un servizio non puo? restare identico a se stesso se non per breve tempo, poi deve essere rinnovato, nella sostanza o almeno nella presentazione, pena l’uscita dal mercato. I consumatori attendono di essere continuamente sorpresi da qualcosa di cui non sospettavano l’esistenza. I beni capitali devono cambiare anch’essi per accomodare e sospingere l’innovazione nei beni finali.
La stessa distinzione fra manufatti e servizi sfuma, un manufatto e? sempre piu? spesso un mero contenitore di servizi, senza i quali non avrebbe valore. Sono i servizi che ne determinano l’evoluzione qualitativa. L’esempio degli smartphone e? lampante.
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I manufatti/servizi vengono prodotti in modi anch’essi nuovi. La rivoluzione digitale ha frantumato le produzioni verticalmente integrate in singoli compiti – la logistica, la contabilita?, la produzione dei vari componenti, la manutenzione, la commercializzazione e cosi? via – che possono essere svolti dovunque nel mondo da fornitori esterni. Si sono formate lunghe filiere, o catene globali del valore, governate da un’azienda leader ma coinvolgenti decine e decine di subfornitori, spesso situati in paesi emergenti il cui basso costo del lavoro piu? che compensa i costi di coordinamento e di trasporto13. Il commercio internazionale ne e? stato profondamente cambiato, nell’estensione geografica e nella stessa natura14.
Infine, avanza a grandi passi la robotica. Secondo autorevoli studiosi15 il potenziale di innovazione dei modi di produzione ancora non sfruttato nelle tecnologie gia? esistenti e? enorme e sta per avviare una stagione di robotizzazzione quasi integrale della produzione manifatturiera, con sconvolgenti ripercussioni sul mercato del lavoro sia nei paesi emergenti sia in quelli avanzati16. Fatte salve nicchie di artigianato di superlusso, produrre “a mano”, secondo l’etimologia della parola manufatto, vorra? dire manovrare non un tornio ma un mouse o un joystick per attivare servomeccanismi e stampanti tridimensionali. Le stesse catene globali del valore, alla luce di queste tendenze all’automazione della produzione fisica, potrebbero riaccorciarsi e rilocalizzarsi, venendo meno il vantaggio di costo dei paesi emergenti.
E tuttavia nessuno dubita della centralita? che i manufatti (o robofatti) continueranno ad avere, ma appunto come scatole che contengono servizi. L’ideazione e, almeno parzialmente, la produzione di questi ultimi non potranno che
13 Cfr. Baldwin e Lopez-Gonzales (2013) e Accetturo, Giunta, Rossi (2011) per i riflessi sulle imprese italiane. 14 Cfr. ad esempio Hoeckman (2014).
15 Cfr. ad esempio Brynjolfsson e McAfee (2014).
16 Cfr. Visco (2014a).
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essere curate da lavoratori in carne e ossa. Questi andranno appositamente istruiti e addestrati a far questo, un compito immane in cui le politiche pubbliche dovranno giocare un ruolo essenziale.
3. Immaginare e costruire il futuro dell’economia italiana
Torniamo all’economia italiana. Al grande storico economico italiano Carlo Cipolla viene spesso attribuita la frase: missione dell’Italia e? produrre all’ombra dei campanili (corsivo da me aggiunto) cose belle che piacciono al mondo17. Non vi e? dibattito sulla competitivita? e sulle sorti italiane che non citi quella frase. Non mi sottrarro? a quest’obbligo, ma devo avvertire che la citazione e? falsa. Cipolla scrisse in realta?18: “siamo un popolo che non puo? permettersi di fermarsi … dobbiamo sempre inventare cose nuove che piacciano e che … si vendano fuori dei confini.” Dell’ombra dei campanili neanche l’ombra.
L’aggiunta apocrifa e? singolare, ma indicativa di una mentalita?. E? chiaro che cosa l’anonimo ermeneuta avesse in mente: l’Italia delle botteghe e degli opifici medievali e rinascimentali, l’epoca dei pannilana e delle sete, ma anche della nostra dominanza mercantile e finanziaria. Quell’epoca d’oro in cui, pur nella divisione politica, ogni campanile italiano proiettava la sua ombra benevola su coloro che, ciascuno al modo del suo territorio, facevano fiorire lo stile, l’abilita?, l’ideazione. Costoro diedero al complesso dei campanili italiani, al nord e al sud, l’egemonia economica nel mondo occidentale conosciuto, per tre secoli; un’egemonia poi perduta nei tre secoli successivi, in cui l’economia italiana rovino?, fino alla meta? dell’Ottocento.

La capacita? di produrre in modo competitivo con le maggiori economie fu in parte ritrovata al volgere dell’Ottocento nel Novecento, poi ancora nella breve stagione del “miracolo economico” terminata mezzo secolo fa19. In entrambe le fasi i campanili non furono granche? rilevanti, soprattutto nella industrializzazione dell’eta? giolittiana. Venivano fondate e fatte sviluppare grandi industrie, a volte con grandi capitali esteri, nella siderurgia, nella chimica di base, settori allora al centro del mondo avanzato.
I campanili tornarono importanti negli scorsi anni Settanta, quando il sistema produttivo italiano inizio? a ripiegarsi su se stesso sotto la cappa di un clima d’opinione divenuto aspramente nemico della libera impresa. Per i distretti industriali – soluzione all’italiana del problema di conciliare piccola dimensione e familismo aziendale con le esigenze di una produzione moderna – i campanili sono stati fondamentali, perche? un distretto puo? solo prosperare in territori circoscritti, ad alto capitale sociale.
Che futuro puo? avere un’economia avanzata che metta localismo e familismo al centro del suo modo d’essere? Un futuro assai incerto, negli scenari che abbiamo prima evocato. Per inventare e vendere cose nuove che piacciano, occorre oggi una capacita? organizzativa, una padronanza delle tecnologie via via che si succedono l’una all’altra, un’inventiva non occasionale ma sistematica, una forza di penetrazione in mercati distanti per geografia e per cultura, che solo la dimensione medio-grande e la crescita aziendale continua possono dare.
Le poche cifre che ho prima rammentato sulla polarizzazione del sistema produttivo italiano parlano chiaro. La porzione frammentata e debole del sistema deve rafforzarsi attraverso consolidamenti, fusioni, acquisizioni, che condensino in
19 Cfr. Toniolo (2013).
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un minor numero di piu? grandi imprese le capacita? e le potenzialita? che servono a tornare e a restare competitivi. Potra? succedere solo se crescera? il numero di quegli imprenditori illuminati che preferiscono alla leadership della propria famiglia nell’azienda quella dell’azienda sul mercato.
Ma non basta. Perche? la nostra struttura produttiva si trasformi nel senso indicato dalla storia occorre che si diffonda un costume, una cultura, a favore dell’impresa innovativa e della sua rapida crescita. Le politiche pubbliche sono in questo molto importanti. Devono assicurare le premesse della trasformazione: un ambiente normativo e amministrativo favorevole, anziche? ostile, al libero mercato e all’impresa; un sistema di istruzione che metta a disposizione delle imprese innovative dei giovani con le conoscenze e le abilita? piu? adatte. Per avanzare in entrambe le direzioni bisogna battere localismi e familismi. Mi soffermo brevemente, a conclusione di questo mio intervento, sulla seconda questione, l’istruzione, con particolare riferimento a quella universitaria20.
Va riconosciuto che il sistema italiano di istruzione ha intrapreso un percorso di cambiamento, pur faticoso e lento. Istituzioni pubbliche, come l’Invalsi e l’Anvur, e private, come la Fondazione Agnelli, stanno svolgendo un’azione meritoria per gettare le basi di una valutazione seria della qualita? del sistema. Ma l’universita? italiana continua a soffrire di un paradosso: prepara alcuni ottimi studenti per le scuole di dottorato straniere. Non compete, se non raramente, con le migliori fra queste. L’e?lite professionale del nostro paese si forma largamente all’estero: un tratto caratteristico dei paesi in ritardo di sviluppo. Inoltre, al di sotto dello strato di vertice degli studenti migliori, che migrano all’estero per perfezionarsi, i laureati italiani sono ancora pochi in relazione ai bisogni di un paese avanzato, nonostante la riforma 3+2; spesso, cio? che hanno voluto studiare e che hanno imparato serve a poco, sempre in relazione a quei bisogni
Come mai tutto cio?? Abbiamo troppe piccole universita?, cosi? come abbiamo troppe piccole imprese e piccole banche? Forse, soprattutto se ogni universita? pretende di coprire tutti i campi del sapere: questo e? certo il risultato di spinte localistiche e di costumi familiari che inducono a mantenere i propri figli il piu? possibile vicini durante gli studi, diversamente da quanto accade, ad esempio, nel mondo angloamericano. Il problema e? pero? piu? generale, a mio avviso.
Gli italiani hanno per lungo tempo speso poco per dare ai propri figli una buona istruzione universitaria, forse perche? convinti che se ne dovesse occupare lo Stato, forse anche perche? non credevano che ne valesse la pena in termini di migliori prospettive di lavoro. Erano due convinzioni sbagliate, soprattutto la seconda: il rendimento aggiuntivo di un titolo universitario, in termini di probabilita? di impiego e di retribuzione, e? considerevole anche in Italia, sebbene minore che nella media dei paesi avanzati e piu? basso per i giovani che per gli anziani. Sta di fatto che nell’arco degli ultimi venti anni, in rapporto al PIL, la spesa delle famiglie (al netto dei sussidi pubblici) e? raddoppiata, mentre quella pubblica e? rimasta costante in complesso, diminuendo per studente. Ma lo scetticismo di genitori e figli sulla utilita? dell’istruzione superiore ancora serpeggia.
L’impegno finanziario del settore pubblico per l’universita? – 0,8 per cento del PIL – e? fra i piu? bassi dell’intero mondo avanzato, inclusi i paesi in cui la spesa e? prevalentemente privata; e? molto al di sotto del suo rendimento “sociale”. E? il risultato non solo delle nostre difficolta? di bilancio pubblico, ma anche di scelte politiche lontane, motivate a partire dal dopoguerra dalla piaga persistente dell’analfabetismo; scelte che privilegiarono la spesa nell’istruzione primaria e poi secondaria: questa e? oggi quasi allineata alla media OCSE, mentre quella per l’universita? ne supera di poco la meta?22.
Politiche per migliorare questo stato di cose devono andare nella direzione di una maggiore autonomia gestionale degli Atenei, unita a una visibile pubblicita? dei loro meriti didattici e scientifici, che consenta agli studenti di scegliere e ai finanziamenti pubblici alla didattica di seguire le scelte degli studenti, mentre quelli alla ricerca potranno seguire gli esiti degli esercizi di valutazione.

***
L’economia italiana sta lottando per deviare il corso attuale della sua storia, correggendo una direzione pericolosa imboccata nei decenni conclusivi del secolo scorso.
Per farlo, deve innanzitutto uscire dalla lunga recessione degli ultimi anni. Puo? accadere gia? da questo inizio d’anno. Famiglie e imprese diffidano degli annunci di ripresa dopo le recenti delusioni, ma la ripresa parte proprio da un ritorno della fiducia, soprattutto in quelle imprese che hanno condizioni di bilancio e di mercato tali da consentire loro un immediato rilancio degli investimenti. Il ritorno della fiducia puo? essere a sua volta favorito da un’azione di politica economica organica, chiara, determinata.
Ho passato in rassegna in questo mio intervento alcuni possibili scenari di lungo termine per i paesi avanzati. Ne emerge la centralita? dell’evoluzione tecnologica, che puo? continuare ad assicurare opportunita? di crescita e di benessere negli anni futuri, sebbene implicando mutamenti anche traumatici nelle nostre societa?, in particolare nelle relazioni di lavoro.
Anche l’economia italiana ha le sue opportunita?. Una parte del suo apparato produttivo e? competitiva e attrezzata a sostenere i cimenti futuri. Un’altra parte non lo e?. Come non lo e?, in generale, l’apparato pubblico giuridico-amministrativo. Entrambi vanno sollecitati a cambiare. E? in atto in Italia uno sforzo riformatore che va seguito con attenzione, discusso quando occorre, ma da considerare imprescindibile.
Il sistema di istruzione e? la fucina del domani, in ogni paese. Il nostro ha risorse umane e tradizioni spesso preziose; sta ancora ricercando, faticosamente, un’organizzazione e delle prassi che lo portino all’altezza dei bisogni presenti e futuri della nostra economia.
Non stanchiamoci di fare l’elenco delle cose che non vanno nel nostro paese, ma non riduciamo l’esercizio a sterile pessimismo. Traduciamolo invece, costruttivamente, in un piano di lavoro: per chi ha responsabilita? politiche e amministrative, per chi agisce nell’economia e nella societa?.

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