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Udinese: Sanchez regala maglietta autografata del Barça a tutti i dipendenti bianconeri

cagliari_udinese-12Udine 12 dicembre 2011 – Quando capitava di vederlo dribblare taccuini e obiettivi con la stessa capacità con cui seminava gli avversari sul campo, a tutti sorgeva il dubbio che quel ragazzino venuto da Tocopilla, giù in Cile, si fosse montato la testa e giocasse a fare il divo.

E quando lo avevi visto sfrecciare nel parcheggio dello stadio Friuli con la sua Audi R8 nera come fosse la pista di Le Mans non potevi non pensare che forse il Niño maravilla meritava una lavata di capo.

Capire la fortuna che gli era passata fra i piedi. E che lui aveva saputo ammaestrare come uno dei tanti passaggi che gli capitava di ricevere in partita. Chissà se ne era a conoscenza.

La sua ostilità alla stampa aveva raggiunto il livello della crisi diplomatica con i cronisti sportivi che lo attendevano davanti al microfono che lui aveva raggiunto con un ora di ritardo.

Per certi versi tutti gli atteggiamenti di Alexis Sanchez preludevano a quello del divo che si era montato la testa. La solita storia: la miseria prima, in un infanzia passata a prendere a calci un pallone e la fama, la ricchezza, dopo,  quando col pallone erano cominciati a rotolare tanti dollari. Tutti meritati. Perchè sul giocatore nessuno aveva da ridire. Perfino quelli, e chi scrive era fra questi, che gli imputavano di essere più fumo che arrosto, più bello che utile, troppo cicala e pochissimo formica e si erano poi ricreduti nel corso della sua ultima fantastica stagione a Udine.

Era nato per stare in campo. Quello che gli vedevi, anche in quei rari momenti di allenamento che abbiamo avuto l’occasione di osservare, era quella gioia bambinesca del ragazzino che gioca a pallone. Che è una cosa diversa dal calcio. Quel suo continuo arabeggiare con la palla fra un esercizio e l’altro lo vedi fra i ragazzini degli allievi. A vederlo in campo pensavi che era una persona semplice.

Quando poi ti raggiungevano le vicende di Sanchez che andava a vedere un suo amico a giocare un torneo di calcetto e poi entrava nello spogliatoio a salutare tutti i compagni di squadra e fargli i complimenti per la vittoria ti veniva da pensare che forse non era così male come il clichè del calciatore arricchito voleva suggerire.

Quello che però è successo in un giorno di dicembre nel 2011 con il Nino ormai alla corte di Guardiola lascia sorpresi: dopo il giorno di gloria che lo ha visto fra i protagonisti del successo blaugrana a Madrid, anche con il gol del pareggio, Sanchez si ricorda dei suoi amici giù a Udine. Non solo gli amici quelli che giocavano con lui. Gli amici quelli che lavoravano senza la palla fra i piedi; dagli addetti stampa ai magazzinieri, dai giardinieri a quelli che lavorano in ufficio. E cosa si inventa? Manda a tutti  una maglietta originale del Barcellona autografata da lui.

Ed è lì che capisci. Che non era lui che si era montato la testa. Lui era rimasto il ragazzo semplice nato per giocare a pallone. Che non gliene fregava niente dei giornalisti. Che forse era la categoria dei suddetti che lo voleva rinchiudere in un mondo da star costretta a parlare davanti a un microfono di cui a lui proabilmente non interessava. Che gli occhialoni neri li metteva magari perchè non aveva altra finta per dribblarti mentre lo aspettavi con la stessa dedizione con cui al limite dell’area lo attendeva il difensore centrale.

Non era lui che viveva in un mondo da star. Erano tutti gli altri che lo volevano ingabbiare. Anche quelli che adesso direbbero il contrario. Ma lui via, un doppio passo e sguardo verso la porta.

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