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La Libia di Elio Ciol in mostra a San Vito al Tagliamento

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Lo sguardo intenso, profondo e sempre lucidissimo di Elio Ciol torna protagonista del XXV Festival Internazionale di Musica Sacra “Da Nord a Sud del mondo. La fede dei popoli” per un nuovo evento espositivo del cartellone, che si aprirà sabato 14 gennaio (vernice ore 17.30) nella Chiesa San Lorenzo di San Vito al Tagliamento: “Nel Soffio Della Storia” titola la mostra dedicata agli scatti realizzati in terra libica, cinquanta fotografie realizzate nel 2002. La mostra è ideata e promossa dal CICP – Centro Iniziative Culturali di Pordenone, in sinergia con il Comune di S. Vito al Tagliamento e con la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, a cura del critico d’arte Giancarlo Pauletto.

Dopo la mostra “Il canto della pietra. Armenia 2005”, da poco chiusa all’Abbazia di Sesto al Reghena, Ciol ci accompagna in luoghi stretti fra il mare e il deserto, alla scoperta delle tracce maestose di civiltà oggi sopraffatte da emigrazioni forzate e nuove forme di schiavitù. «Visioni – spiega la presidente CICP Maria Francesca Vassallo, coordinatrice dell’evento – che inducono oggi a pensare e costruire nuove forme di accoglienza e di integrazione». La mostra sarà visitabile fino al 26 febbraio 2017. Orari: sabato e domenica10.30 -12.30/15.30-19.00. Fuori orario su prenotazione telefonando all’Ufficio Beni e Attività Culturali (tel. 0434.833295) oppure al Punto I.A.T. (tel. 0434.80251). Ingresso libero.

Gli scatti che scandiscono la mostra “Nel soffio della storia” evidenziano non soltanto il tema iconografico dell’esposizione, cioè l’antica arte romana di Leptis Magna, Sabratha, Cirene, Tripoli e altri luoghi dell’odierna Libia, ma anche il fatto che questa iconografia testimonia la Storia, è cioè uno dei tanti segni del passaggio della specie umana sulla terra, ne mette in evidenza la rapidità e, al di là di ogni nostro desiderio, anche la sostanziale labilità. Quello della Storia, infatti, è un “soffio”, cioè un momento, un tempo breve, nonostante gli antichi monumenti siano anche, pur nella loro evidente “consumazione”, la testimonianza di una durata, di una sotterranea opposizione alla morte che si manifesta propriamente nel respiro dell’arte che li ha pensati e realizzati.

Il fascino delle immagini di Ciol consiste nel riuscire a trasmettere contemporaneamente sia il transito delle cose, come la loro profonda aspirazione a resistere nella “forma”, a non lasciarsi travolgere: e tra queste “cose” l’uomo è certo l’essere più consapevole dell’insuperabile contraddizione in cui è stretto. «Sono ricche di “pathos” – spiega il curatore Giancarlo Pauletto – immagini come quelle del Nuovo Foro Severiano a Leptis Magna, e specie quelle in cui i grandi volti di pietra sono a terra, e guardano davanti a sé o verso il cielo con occhi che, proprio per essere ormai divelti dall’antico contesto che li rendeva specificamente significanti, diventano vere e proprie interrogazioni sulla realtà del tempo, che è, appunto, un “soffio”».

Un Particolare delle Terme di Adriano, sempre a Leptis Magna, mostra, tra mura poderose, un frammento decorativo che sembra quasi “appoggiato” alla pietra, tanto è leggera e quasi soffiata la sua fattura; a Sabratha un Fregio del Tempio Sud di straordinario, sinuoso, levitante disegno è esaltato dalla forza naturale dei marmi sottostanti, poco intaccati dal lavoro dello scalpello; a Tolemaide è la possente, ma certo non primitiva favella del Palazzo delle Colonne a dirci di quanta accumulata sapienza artigiana avessero bisogno simili risultati plastici, portato di una civiltà che pure non ebbe modo – come tante altre del resto – di salvarsi da una caduta rovinosa: ma basta un po’ d’attenzione ad un immagine come quella del Mercato delle Stoffe, o al Teatro di Sabratha, per rendersi conto di quanto debbano all’arte romana il Medioevo e il Rinascimento.

«Perciò – prosegue Pauletto –non meraviglia affatto che in tutta una serie di altre fotografie Ciol evidenzi l’atemporale perfezione nella quale questi antichi segni di vita e di cultura possono essere percepiti dal moderno visitatore, specie se esso abbia la capacità di vedere nel passato ciò che può essere foriero di futuro: e certo la bellezza di quelle antiche costruzioni, continuamente sottolineata dallo sguardo nitidissimo dell’artista, è un paradigma irrecusabile, conduce anche oggi a tener conto della sua evidenza come invito ad una ulteriore azione di cultura e civiltà».

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