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Sanità: in Friuli possibile rimodulazione del ticket sanitario

“Ci sono importanti novità che aprono ora lo spazio all’avvio di un confronto costruttivo che dovrà portare alla rimodulazione dei ticket su specialistica, diagnostica, e pronto soccorso, e anche ad una graduazione diversa della quota aggiuntiva”. Lo ha affermato l’assessore regionale alla Salute Maria Sandra Telesca al termine di un incontro avuto oggi, 20 settembre 2013,  a Roma al MEF-Ministero dell’Economia e delle Finanze. Attraverso le quote aggiuntive di 10 euro su ogni prestazione sanitaria erogata dal Servizio pubblico e dal privato accreditato, la Regione Friuli Venezia Giulia dovrà garantire entrate pari a poco meno di 13 milioni di euro all’anno, e non di 24 milioni, come era stato a suo tempo imposto dal Governo nazionale. Questo sostanziale dimezzamento consentirà ora alla direzione Salute della Regione di proporre una rimodulazione della compartecipazione dei cittadini al costo delle prestazioni stesse, attraverso i ticket, basata su criteri di equità ed appropriatezza. “Abbiamo convinto i funzionari del Ministero – spiega Telesca – che la compartecipazione della nostra Regione al risanamento della finanza pubblica attraverso la quota aggiuntiva di 10 euro su specialistica e diagnostica, prevista dalla normativa nazionale, non poteva tradursi in un introito di 24 milioni di euro all’anno. Cifra assolutamente eccessiva, in quanto in Friuli Venezia Giulia le esenzioni per reddito, per età e per patologia sono molto elevate, anche in considerazione che nella nostra realtà vi è una forte componente di popolazione anziana. Dati alla mano siamo quindi arrivati ad un positivo chiarimento, stabilendo che il nostro contributo sarà di poco superiore ai 12 milioni di euro anno”. “Nelle prossime settimane formuleremo al Ministero dell’Economia e delle Finanze e a quello della Salute una proposta precisa, che assicurerà allo Stato gli introiti previsti”, annuncia l’assessore Telesca. I criteri? “In un’ottica di sostenibilità complessiva dobbiamo garantire maggiore equità e stimolare ulteriormente l’appropriatezza delle prestazioni, ovvero fare in modo che ogni prestazione sia effettivamente adeguata alle esigenze del paziente”. Tradotto, si pensa in via di principio ad una riduzione della compartecipazione alla spesa per i redditi più bassi e ad un incremento per quelli più alti, “ma sempre tenendo conto della complessità, per evitare che la stessa prestazione fornita da un privato costi meno, e quindi risulti competitiva, rispetto a quella erogata dal Servizio sanitario pubblico o dal privato convenzionato”. “Il punto vero – conclude Telesca – è che tutti i cittadini hanno diritto alla salute, indipendentemente dal reddito. Non possiamo accettare che chi non ha la possibilità economica sia costretto a rinunciare a curarsi”.

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